mercoledì 20 settembre 2017

INDICE DEI POST

DEDICA E PRESENTAZIONE
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/dedica-e-presentazione.html

ANTICHE LEGGENDE DI VENAS E DEL CADORE

- Al Jou de la Scandola (Il Vallone della Scandola) - Originale in dialetto di Venas di Rosetta Palmieri (1943) - Versione italiana di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/03/al-jou-de-la-scandola.html

- Al Bus de la Donaẑa (L'Antro della Donaẑa) - Originale in dialetto di Venas di Rosetta Palmieri (1943) - Versione italiana di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/al-bus-de-la-donaza.html

- Al Cavalier Dall'Asta (Il Cavaliere Dall'Asta) - Originale in dialetto di Venas di Rosetta Palmieri (1943) - Versione italiana di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/al-cavalier-dallasta.html

- Le Dame da Ciarpà (Le Dame di Ciarpà) - Originale in dialetto di Venas di Rosetta Palmieri (1943) - Versione italiana di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/le-dame-da-ciarpa.html

- L'Orco de la Nuote (L'Orco della Notte) - Originale in dialetto di Venas di Rosetta Palmieri (1943) - Versione italiana di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/lorco-de-la-nuote-dialeto-de-venas.html

- Tana, Rejina dei Crodare (Tanna, Regina dei Crodari) - Originale in italiano di Vaile Toscani (1945) - Versione in dialetto di Venas di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/03/tanna-regina-dei-crodari.html

FAVOLE ITALIANE E STRANIERE

- Capuceto Ros (Cappuccetto Rosso) - Originale in italiano di Carlo Collodi tradotto da Charles Perrault - Versione in dialetto di Venas di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/capuceto-ros.html

- Le Aventure de Pinocchio (Le Avventure di Pinocchio) - Riassunto originale in italiano di Carlo Collodi - Versione in dialetto di Venas di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/le-aventure-de-pinocchio.html

- La Tosa che Avea Balegà al Pan (La Ragazza che Calpestò il Pane) - Riassunto in italiano della favola di Hans Christian Andersen - Versione in dialetto di Venas di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/la-fanciulla-che-calpesto-il-pane.html

MISCELLANEA

- La Parabola del Fiol che s'à Magnà Fora Duto (La Parabola del Figliuol Prodigo) - Versione in dialetto di Venas di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/la-parabola-del-fiol-che-sa-magna-fora.html

- Le Noẑe de Cana - Versione in dialetto di Venas di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/le-noze-de-cana-dialeto-de-venas.html

- Poesie d'Amor - Originale in dialetto di Venas di Rosetta Palmieri (1943) - Versione italiana di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/03/poesie-damore-in-ladino-cadorino-venas.html

- Storielete (Aneddoti) - Testi originali in dialetto di Venas e versione italiana di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/03/aneddoti-vari-venas.html

- Günter Grass al se à Pensà de la Gelateria Toscani de Danzica (Günter Grass ha Ricordato la Gelateria Toscani di Danzica) - Originale in italiano e versione in dialetto di Venas di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/gunter-grass-al-se-pensa-de-la.html

- Fin a l'Ultimo Ciaval (Fino all'Ultimo Cavallo) - Riassunto dell'omonimo racconto di Carpinteri & Faraguna e Furio Bordon tratto dal libro "L'AUSTRIA ERA UN PAESE ORDINATO" - Riduzione italiana e traduzione in dialetto di Venas di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/fin-l-ultimo-ciaval-dialeto-de-venas.html

- Cador - Ode di Giosuè Carducci - Resa in dialetto di Venas a cura di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.com/2016/07/cador-giosue-carducci-dialeto-de-venas.html

- Filastroche - Contà - Testi originali in dialetto di Venas e versione italiana di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/filastrocche-detti-buffi.html

- Recordo de Tomaso Campanella - Brano tratto da "La Città del Sole" - Versione dialettale di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/04/recordo-de-tommaso-campanella.html

ALTRI POST (in italiano)

- Il Dialetto Triestino o Tergestino di Giancarlo Soravia
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/03/il-dialetto-tergestino.html

 ARTICOLI DI GIORNALE
 - Il Ladino di Venas di Giancarlo Soravia presentato da Walter Musizza
http://testimonianzeladine.blogspot.it/2016/12/waltwr-musizza-in-un-articolo-su-lamico.html



L'INTERO LIBRETTO DELLE LEGGENDE DI VENAS (E ALTRI SCRITTI), CON ILLUSTRAZIONI, IN FORMATO PDF E' SCARICABILE QUI (1,3 MB):

https://drive.google.com/file/d/0Bz8lKK56ZZ08SGJUQzJCR2YycTg/view?usp=sharing


L'INTERO LIBRETTO DELL'ODE "CADORE" IN FORMATO PDF E' SCARICABILE QUI (209 KB):  

https://drive.google.com/file/d/0Bz8lKK56ZZ08RXlpa3FSU0JRcVE/view?usp=sharing













martedì 1 agosto 2017

DEDICA E PRESENTAZIONE

DEDICA 

Dedico questo Blog alla memoria di mio fratello Angelo (Venas, 18/12/1930 - Imperia, 28/11/1951)


"È l'amore per le piccole cose a trattenerci nel mondo, a farci gustare la vita. L'amore per le cose grandi o supposte tali, ci stacca dal mondo e finisce per farci perdere il gusto del vivere".
Piero Chiara – 1989

PRESENTAZIONE

Questo Blog raccoglie antiche leggende di Venas, ed altri scritti di natura varia, il tutto in dialetto, con il testo italiano in calce. Ringrazio Alberto Toscani per avermi procurato la parte della tesi di laurea di Rosetta Palmieri che contiene alcune leggende del paese.
La Palmieri nel lontano 1943 si recò a Venas per raccogliere dati sul dialetto e sulle tradizioni locali. Ho cercato di avere maggiori informazioni su di lei, ma sono solo riuscito a sapere che la stessa faceva parte degli allievi del famoso glottologo Carlo Tagliavini, all'epoca all'Università di Padova, che in quegli anni mandò in Cadore diversi studenti.
Esiste ormai per il dialetto l’esigenza di recuperare il patrimonio perduto piuttosto che raccogliere i fenomeni dell’uso vivo, venendo questo progressivamente a rarefarsi, in particolare presso le generazioni più giovani. E' con questo intento che mi sono dedicato a questa piccola fatica, che spero sarà accolta favorevolmente.

Venas di Valle di Cadore, marzo/aprile 2016

Giancarlo Soravia
Giancarlo Soravia con Tobia

NOTA:

Nelle traduzioni dall'originale italiano al dialetto ho cercato di rendere quest'ultimo al meglio.
Invece nelle traduzioni dal dialetto all'italiano, ho seguito il sistema della traduzione parola per parola, per dare al lettore la possibilità di confrontare la corrispondenza esistente tra le parole dialettali e quelle italiane.
Inoltre, per rendere più agevole la lettura del dialetto, ho aggiunto segni e accenti che normalmente non si usano.
Noto ancora che il dialetto riportato dalla Palmieri è leggermente più conservativo del mio, e naturalmente molto più conservativo di quello parlato oggigiorno. Per esempio i plurali dei sostantivi maschili conservano quasi sempre l'antica terminazione in "e", oggi quasi scomparsa, italianizzata in "i" (es. fantasme, ciampe).




venerdì 16 dicembre 2016

WALTER MUSIZZA IN DUE ARTICOLI SU "L'AMICO DEL POPOLO" E SUL "CORRIERE DELLE ALPI" PRESENTA LA BIOGRAFIA E IL LAVORO DI GIANCARLO SORAVIA CAPOTO

     Il noto storico del Cadore e delle Dolomiti e giornalista Walter Musizza ha pubblicato recentemente su "L'Amico del Popolo" di Belluno un articolo che contiene degli elementi biografici e alcuni riferimenti ai Post più rilevanti dello scrivente Giancarlo Soravia Capoto.
     Appassionato alla storia e alla cultura del Cadore, Musizza ha al suo attivo numerosi saggi storici, in gran parte frutto della collaborazione con Giovanni De Donà di Vigo di Cadore, soprattutto nel settore dello studio e della valorizzazione dei forti italiani della Grande Guerra. Tra le pubblicazioni più note vanno ricordate:
Le fortificazioni del Cadore” in 4 tomi (1985-90), ed. RIBIS, Udine. I 4 tomi sono così organizzati:
I Fortificazioni cadorine dal 1866 al 1896 (1985)
II Il forte di M. Tudaio e le altre difese dell’Oltrepiave dal 1904 al 1918 (1987)
III Il forte di M. Rite e le altre difese della chiusa di Venas dal 1904 al 1918 (1988)
IV Il forte di Col Vidal e le altre difese della stretta di Treponti dal 1904 al 1918.(1990).
E’ stato inoltre autore, o coautore, delle seguenti pubblicazioni di carattere storico-militare:
Strade e sentieri di guerra in Cadore, Ampezzano e Comelico” (1988), ed. RIBIS, Udine
Lorenzago nell’anno dell’invasione 1917-18” (1997), ed. DBS, Seren del Grappa
Alpini ed Artiglieri in Cadore” (1998), ed. DBS, Seren del Grappa
Dalle Dolomiti al Grappa” (1999), ed. DBS, Seren del Grappa
Il Gruppo Alpini di Lozzo di Cadore 1938-2000”(2001), ed. DBS, Seren del Grappa
Ali di guerra sulle Dolomiti” (2002), ed. DBS, Seren del Grappa
Il forte di Monte Rite – Progettazione. Costruzione, abbandono” (2002), ed. DBS, Seren del Grappa.
I forti di Monte Ricco, Batteria Castello e Col Vaccher” (2014), ed. DBS Zanetti, Seren del Grappa.
Tra fronte e retrovie. All’ombra delle Tre Cime” (2014), ed. DBS Zanetti, Seren del Grappa.
Sei mesi di guerra sulle Dolomiti. Le foto inedite dell'archivio Cerletti” (2014), ed. DBS Zanetti, Seren del Grappa.
Giovanni Sala, Il Capitano della sentinella” (2015), ed. DBS Zanetti, Seren del Grappa.
Grande Guerra, Grandi Dolori” (2016), ed. DBS Zanetti, Seren del Grappa.

Si è interessato però anche ad altri aspetti di storia cadorina:
Baion, una casera, un rifugio” (1992), ed. RIBIS, Udine
Carducci e il Cadore” (1992), ed. RIBIS, Udine
Nel Cadore con don Bosco” (1992), tip. Tiziano, Pieve di Cadore
Cridola 1944-45” (1996), ed. DBS, Seren del Grappa
L’Oltrepiave nel Risorgimento nazionale 1848” (1998), ed. DBS, Seren del Grappa
S. Antonio Abate di Laggio 1454-2000”(2000), ed. DBS, Seren del Grappa
Margherita, una Regina sulle Dolomiti” [co-autore anche Marco Maierotti] (2002), ed. DBS, Seren del Grappa.
Guerra e resistenza in Cadore” (2005), ISBREC, Belluno.
Personaggi e storie del Cadore e di Ampezzo”(2007), ed. La Cooperativa di Cortina, Cortina d’Ampezzo.


     Nel ringraziarlo, pubblico qui di seguito l'articolo stesso, come riportato a pag. 39 del N. 49 (15 dicembre 2016) del settimanale.

     Il sito de "L'Amico del Popolo" è il seguente:

http://www.amicodelpopolo.it/ 

Venas di Valle di Cadore, 16 dicembre 2016


Articolo originale - assemblato in formato A4  (Grazie, Renzo !) -


Testo scritto - con l'aggiunta di  link -

Persi gli occhiali salviamo almeno il ladino

Giancarlo Soravia Capoto cura siti web dedicati a storia e dialetto di Venas


   In uno dei film di Edgard Reitz, quello della celebre serie “Heimat”, un personaggio ad un certo punto dice: “quando non parlo in dialetto mi pare di tradire”. Della stessa idea è Andrea Camilleri, che, citando Montale e la sua “parola che squadri da ogni lato”, aggiunge che per lui siffatta parola non può essere che dialettale.
   Ebbene, tale filosofia, di vita prima che di espressione, anima e sottende da anni l’impegno di Giancarlo Soravia “Capoto” di Venas di Cadore, cui si deve un ricchissimo blog http://ladin-cadorin.blogspot.it/ dedicato al ladino di Venas, ma anche a fatti, personaggi e curiosità della sua gente. “Sono nato da genitori cadorini nel 1938 - ci dice - ed ho sempre abitato a Venas, frazione di Valle di Cadore, salvo i molti viaggi fatti all’estero per lavoro. Da mia nonna paterna, Elisabetta De Bernardo “de Felipo”, nata a Venas nel 1863 e morta nel 1956 all’età di 93 anni appresi un dialetto alquanto arcaico. Sia i miei nonni che i miei genitori erano gelatieri, mio nonno Angelo Soravia “Capoto” fu uno dei pionieri di questa attività, infatti nel 1886 era a Darmstadt, dove, prima di aprire una bottega di gelato, aveva 26 carretti che giravano per tutta la città. A Darmstadt nacque nel 1901 mio padre Adalberto che nel 1930 era con il fratello Antonio a Debrecen, in Ungheria. Da lì si spostarono con una gelateria a Dresda. Mio nonno e mio padre si trovarono ambedue rovinati economicamente per le perdite subite a causa di entrambe le guerre mondiali.
Negli anni ‘50 morirono mio padre e il mio unico fratello (all’età di 20 anni) e quindi dovetti abbandonare gli studi, cercando un impiego, che trovai inizialmente nel 1957 a Treviso, nel 1958 al Consorzio Forestale di Borca di Cadore e nel 1963 nel mio paese, presso l’occhialeria Metalflex, dove rimasi fino al 1993”.
   Da queste sue due esperienze lavorative Giancarlo ha tratto ispirazione e materia per interessanti ricerche. Così dal suo servizio presso il Consorzio Forestale di Borca è nata la ripubblicazione del libro dell’Ispettore Forestale Pietro Soravia (1822-1897), “Tecnologia botanico-forestale della Provincia di Belluno”, con l’elenco alfabetico dei nomi dialettali delle piante [http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2009/02/appendice.html], mentre dal suo lavoro trentennale presso la Metalflex sono derivati studi ed approfondimenti sulla storia dell’industria cadorina. Tra di essi: “Riepilogo delle attività del settore dell’occhialeria nel Comune di Valle di Cadore” (2010) [http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2010/06/riepilogo-delle-attivita-di-occhialeria.html], “Il contributo cadorino alla costituzione della Luxottica s.a.s. di Agordo” (2015) [http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2015/05/il-contributo-cadorino-alla.html] e “La fine del distretto cadorino dell’occhiale (e dei patrioti)” (2016) [http://blog-cadorin-books-pietrosoravia.blogspot.it/2016/03/la-fine-del-distretto-cadorino.html].
   Di particolare valenza risulta la sua ricostruzione di un evento cruciale nella storia industriale cadorina: l’acquisto, da parte di Del Vecchio, avvenuto nel 1969, della partecipazione Metalflex (66,6%) nella Luxottica s.a.s. Soravia ricostruisce la situazione creatasi dopo la morte di Vittorio Toscani, avvenuta nel 1966, ed individua nell’accettazione dell’offerta di acquisto fatta da Del Vecchio l’inizio della crisi per l’intero comparto dell’occhialeria cadorina. La compravendita finale avvenne nel 1969 presso il notaio Adolfo Soccal e fu sconsigliata dallo stesso Soravia ai suoi principali. “Ma con mio grande scorno la cessione della quota di maggioranza della Luxottica a Del Vecchio, considerando che la Luxottica stessa era la sua unica fornitrice di montature in acetato a iniezione (oltretutto di una qualità insuperabile) e la sua principale fornitrice di componenti vari in metallo, causò dalla sera alla mattina un vuoto produttivo e commerciale nella Metalflex, che venne logicamente colmato dalla prima. Essa infatti in poco tempo passò anche alla produzione di montature in metallo complete e poi di montature in acetato da lastra. La Metalflex perse progressivamente i suoi migliori clienti, che si rivolsero direttamente alla fabbrica di Agordo, guidata da un “patron” giovane, affidabile, esperto tecnico, dinamico, che ispirava totale fiducia.
Per colmo d’ironia, il tutto avvenne in un contesto paradossale: chi aveva i soldi vendette e chi (allora) non li aveva acquistò. Lo stesso Del Vecchio un giorno mi confidò la sua meraviglia per la decisione dei cadorini di vendere, proprio quando la fabbrica, dopo anni di comuni sacrifici, poteva iniziare a dare i suoi frutti”.
   Questo errore, secondo Soravia, non determinò certamente il tracollo immediato della Metalflex, anche perché poi la sua clientela venne faticosamente ricostruita grazie alla scoperta di nuovi mercati attraverso lo stesso Soravia e al ricorso a nuove tecniche di vendita, ma fu comunque  un segno premonitore della crisi incombente sull’intero distretto dell’occhialeria cadorina. Per maggiori approfondimenti sul tema rimandiamo senz’altro i nostri lettori ai sopracitati Post di Soravia, ricchi di documenti e particolari inediti.
Walter Musizza

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Successivamente, in data 17/1/2017, lo stesso Walter Musizza ha pubblicato sul "Corriere delle Alpi" il seguente articolo:



  Testo scritto

DIALETTO E OCCHIALERIA

Il ladino di Venas in un blog

la passione di Soravia Capoto


Interessanti ricerche storiche sulla cultura e l’imprenditoria cadorina
compresa la Metalflex e la sua partecipazione alla nascita della Luxottica

VALLE DI CADORE

Pier Paolo Pasolini diceva che un contadino che parla in dialetto è comunque “padrone di tutta la sua realtà”. Si tratta di una sorta di identità personale e popolare che va protetta, d’accordo, ma in questi anni di globalizzazione e di comunicazione digitale i moderni strumenti elettronici diventano gli amici o i nemici del dialetto?
    Giancarlo Soravia “Capoto” di Venas di Valle non ha dubbi in proposito: il web è un alleato prezioso, se non addirittura indispensabile, per difendere le nostre radici linguistiche e culturali. A lui si deve infatti un ricchissimo blog http://ladin-cadorin.blogspot.it/ dedicato al ladino di Venas, ma anche a fatti, personaggi e curiosità della sua gente.  
    «Sono nato da genitori cadorini nel 1938 - ci dice - ed ho quasi sempre abitato a Venas, salvo i molti viaggi fatti all’estero per lavoro. Da mia nonna paterna, nata nel 1863, appresi un dialetto alquanto arcaico. I miei nonni e genitori erano gelatieri, mio nonno Angelo nel 1886 era a Darmstadt, dove arrivò ad avere 26 carretti che giravano per la città. A Darmstadt nacque nel 1901 mio padre Adalberto, che nel 1930 era con il fratello Antonio a Debrecen, in Ungheria, prima di aprire una gelateria a Dresda. Mio nonno e mio padre si trovarono totalmente rovinati per le perdite subite: il nonno dalla I e il padre dalla II guerra mondiale. Negli anni ‘50 morirono mio padre e il mio unico fratello e quindi dovetti cercare subito un impiego, che trovai nel 1957 a Treviso, nel 1958 al Consorzio forestale di Borca e nel 1963 nel mio paese, presso la Metalflex, dove rimasi fino al 1993».
    Da queste esperienze lavorative Giancarlo ha tratto ispirazione e materia per interessanti ricerche. Così dal suo servizio al Consorzio Forestale è nata la ripubblicazione del libro dell’Ispettore Pietro Soravia (1822-1897), “Tecnologia botanico-forestale della Provincia di Belluno”, con l’elenco di 1060 nomi dialettali delle piante, mentre dal suo lavoro presso la Metalflex sono derivati approfondimenti sulla storia dell’industria cadorina.
   Tra di essi: “Riepilogo delle attività del settore dell’occhialeria nel Comune di Valle di Cadore”, “Il contributo cadorino alla costituzione della Luxottica s.a.s. di Agordo” e “La fine del distretto cadorino dell’occhiale (e dei patrioti)”.
    Il Post sul contributo cadorino alla costituzione della Luxottica si divide in vari capitoli, che vanno dalla pubblicazione (1960) delle varie agevolazioni per l’impianto di aziende industriali in provincia di Belluno, al fondamentale interessamento del sindaco di Agordo dell’epoca cavaliere Carlo Bortolini, fino all’“Atto Costitutivo” del 27 aprile 1961 della Società in a.s. Luxottica composta da un socio accomandatario milanese (Leonardo Del Vecchio) e da due soci accomandanti cadorini della Metalflex (Francesco Da Cortà e Vittorio Toscani).
    Il Post si chiude con la morte di Vittorio Toscani nel 1966 e la cessione nel 1969 delle quote Da Cortà-eredi Toscani (66,6%) a Del Vecchio con relative conseguenze negative per la Metalflex. Il Post sulla fine del distretto cadorino dell’occhiale è articolato nella presentazione della documentatissima tesi di laurea del 2015 del piemontese Davide Bria-Berter “La disgregazione del distretto industriale e i suoi effetti economici e sociali: il caso dell’occhialeria del Cadore”, seguito da considerazioni sulla “legge rifinanziamento Vajont” del 1990. In base ad essa “nuove” iniziative industriali nella zona di Longarone (e paesi limitrofi) furono generosamente finanziate a fondo perduto e con esenzione decennale dall’imposta sui redditi: questo comportò la creazione di società formalmente “nuove”, in cui piano piano furono travasate le vecchie storiche occhialerie cadorine, lasciate vuote.
    Non mancano delle riflessioni sull’impianto nel 1961 della suddetta fabbrica cadorino-milanese di Agordo e il ricordo di colui che, secondo Soravia, fu l’ultimo patriota cadorino, il senatore auronzano Ing. Cav. Pietro Vecellio. Alla fine viene espresso un auspicio: che le popolazioni del Cadore si rimettano in gioco, consapevoli di quanto hanno saputo fare nel passato.
    Una speranza che l’imminente 140° anniversario della fondazione, a Rizzios di Calalzo, della prima fabbrica di occhiali nel territorio cadorino (15 marzo 1878) forse contribuirà a rendere più forte e galvanizzante.
Walter Musizza 


giovedì 14 aprile 2016

RECORDO DE TOMASO CAMPANELLA (DIALETO DE VENAS)

RICORDO DI TOMMASO CAMPANELLA (DIALETTO DI VENAS)


Brano tratto dalla "Città del Sole" - Versione dialettale di Giancarlo Soravia

Chel che ien dopo l'é an tòco tirà fora da la "Ẑità del Sol" de Tomaso Campanella, tòco che, a mè parer, al fa vede al pì iusto paragon intrà la soẑietà atual del mondo, s-ciava de l'amor propio, e na possibil, anca se utopistica, soẑietà libera da el.

Quello che segue è un brano tratto da "La Città del Sole" di Tommaso Campanella, brano che, a mio parere, rappresenta la più felice comparazione tra la società attuale del mondo, schiava dell'amor proprio, ed una possibile, anche se utopistica, società libera da esso.

".....Lore i dis che duta la propietà la nasse da fei ciasa par conto sò, e fioi e femena par conto sò, e da chesto nasse l'amor propio; e par portà a esse sior o in àuto al fiol o lassàlo erede, ognun al deventa o an sgrafignón publico, se no l'à timor, sendo da taẑón; o cimpa e fufignón e brónẑa scuèrta, se no l'à forẑa. Ma cuan che i perde l'amor propio, resta al [amor] comun solo".

"....Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l'amor proprio; ché per sublimar a ricchezze o a dignità il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo potente; o avaro ed insidioso ed ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono l'amor proprio, resta lo [amore] commune solo".


da un mio Blog, ora chiuso:

http://blog-cadorin.blogspot.it/2006/12/omaggio-tommaso-campanella.html


mercoledì 13 aprile 2016

FILASTROCHE, CONTA' (DIALETO DE VENAS)

FILASTROCCHE, CONTE (DIALETTO DI VENAS)



(Post pubblicato originariamente su ladin-cadorin.blogspot.it il 2/8/2007 e trasferito su questo Blog)

(R.P-1943 sta per Tesi di Laurea di Rosetta Palmieri sul dialetto di Venas dell'anno 1943)

I MES (R.P.-1943)

Ienarón dai dènte longe,
Februaruto pèdo de dute,
Marẑo l'à comprà la pelìẑa a sò mare,
Aprile piande e ride,
Màio viéste ciampe e prài,
Iunio vèrde la stala e cambia 'l grugno,
Luio porta a ciasa le biave,
Agosto, no te ciapa 'l sol, calà inte 'l bosco,
Setembre, la nuóte e 'l dì se béte in sèmbre,
Otobre, studiéve, dènte, a tirà inte, che chéla bianca la é presto cà,
Novembre, ien S. Andrea, al porẑèl l'é su la bréa,
Deẑembre, inte filò 'l corléto girarèi, e stópa e lana filarèi.




I MESI (R.P.-1943)

Gennaione dai denti lunghi,
Febbraietto peggio di tutti,
Marzo ha comprato la sottoveste a sua madre,
Aprile piange e ride,
Maggio veste campi e prati,
Giugno apre la stalla e cambia lo strame (?),
Luglio porta a casa le biade,
Agosto, non ti prende il sole, calato nel bosco,
Settembre, la notte e il giorno si mettono a pari,
Ottobre, affrettatevi, gente, a tirare dentro (rientrare), che quella bianca è presto qui,
Novembre, viene S.Andrea, il maiale è sull'asse,
Dicembre, nel filò* l'arcolaio girerò, e stoppa e lana filerò.

* stanza per filare



FUNERAL

Din Delelòn,
l'é morto chel òn,
via par chi prà;
se l'é vivo lassélo là,
se l'é morto portélo in cà.
Codarós porta la crós,
panteàne sona le campane,
le talpine fa la busa,
i grì scuèrde su,
e i fa curucucù.
FUNERALE

Din, Don,
è morto quell'uomo,
là in quei prati;
se è vivo lasciatelo là,
se è morto portatelo qua.
Codirosso porta la croce,
ratti suonano le campane,
le talpe fanno la buca,
i grilli coprono,
e fanno curucucù.



I DIEDE (R.P.-1943)


Diedolìn, sposalìn, coda longa, raspa piate, maẑa peduóie.
Chesto l'é du inte la Buóite, chesto 'l à tirà fòra, chesto 'l à portà a ciàsa, chesto l'à fato la panada, chesto 'l se l'à magnada.
LE DITA (R.P.-1943)


Ditolino, sposalino, coda lunga, raspa piatti, ammazza pidocchi.
Questo è andato nel Boite, questo lo ha tirato fuori, questo l'ha portato a casa, questo ha fatto la panada*, questo se l'è mangiata.


* zuppa di pane



AL S'CIO' (R.P.-1943)

Corno, corno, gru,
béte fòra quatro corne,
un a mi, un a ti,
un a la vacia che à da morì,
e un al podestà,
se nò 'l ien fòra co la manèra a te maẑà.
LA LUMACA (R.P.-1943)

Corno, corno, gru,
metti fuori quattro corni,
uno a me, uno a te,
uno alla vacca che deve morire,
e uno al podestà,
se no viene fuori con l'ascia ad ucciderti.



CONTA' (1) (R.P.-1943)

Fasón cordón,
cordón de San Francesco,
la bèla stéla in mèdo,
la faẑe 'n sàuto,
l'in faẑe 'n àutro,
la faẑe la penitenẑa,
la faẑe la reverenẑa,
la sère i vóie,
la bàse chi che la vó.
CONTA (1) (R.P.-1943)

Facciamo cordone,
cordone di San Francesco,
la bella stella in mezzo,
faccia un salto,
ne faccia un altro,
faccia la penitenza,
faccia la riverenza,
chiuda gli occhi,
baci chi vuole.


CONTA' (2)

Olì olè che t'amusè
che t'aprofit a lusinghè
tulilèm, blam, bluf
tulilèm, blam, bluf

Una versione molto simile a questa si trova in dialetto milanese:
http://www.filastrocche.it/contenuti/auli-ule-cha-ta-musee/


martedì 12 aprile 2016

CADOR - GIOSUE CARDUCCI (DIALETO DE VENAS)

COPERTINA DEL LIBRETTO DELL'ODE, PUBBLICATO
IN PROPRIO DA G.CARLO SORAVIA:


L'INTERO LIBRETTO IN FORMATO PDF E' SCARICABILE QUI (209 KB):

https://drive.google.com/file/d/0Bz8lKK56ZZ08RXlpa3FSU0JRcVE/view?usp=sharing



CADORE (GIOSUE CARDUCCI)

PRESENTAZIONE

Giosue (o Giosuè) Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, 27 luglio 1835 - Bologna, 16 febbraio 1907) fu il primo italiano ad essere insignito del Premio Nobel per la letteratura. Le sue opere furono tradotte in varie lingue, compresa l'ode "CADORE", scritta nel 1892.
Di tale opera mancava tuttavia una versione in dialetto cadorino, e con questa traduzione desidero colmare la piccola lacuna.  

G.Carlo Soravia

NOTIZIE SULLA PRIMA EDIZIONE DELL'ODE "CADORE"
dal sito dell'Editore ZANICHELLI: http://www.catalogo.zanichelli.it/Pages/Opera?siteLang=IT&id_opera=0000000012456

"""""""""
"Finito di stampare il 19 settembre 1892".
Nello stesso anno uscirono la prima e la seconda edizione. Di proprio pugno il Poeta corresse sulle bozze 'Giosué' in 'Giosue'.
L'ode fu scritta a Misurina nel Cadore nel 1892, e pubblicata il 20 settembre dello stesso anno.
Fu ispirata dalla vista di due monumenti che sorgono a Pieve, nella Piazza del Comune: l'uno a Tiziano Vecellio, l'altro a Pier Fortunato Calvi, l'eroico difensore del Cadore nel 1848.
"Il canto pe'l 20 settembre è "Cadore. Combattimenti del '48 e Pietro Calvi".": GIOSUE CARDUCCI a CESARE ZANICHELLI, 28 agosto 1892. "Seduto innanzi a una finestra spalancata dalla quale mi appare la statua di Tiziano Vecellio, sto scrivendo un'ode al Cadore.": GIOSUE CARDUCCI a RENATO FUCINI, luglio 1892. "Il Libraio Loescher non aveva più ieri sera una sola copia di "Cadore", messo in vendita due giorni prima e spedito a centinaia di copie a tutti i librai d'Italia.": A. GABRIELLI, «L'Opinione» (Roma), 23 settembre 1892.
Lettera del Carducci al Sindaco di Noale: "Firenze, 3 ottobre 1892 - Ill.mo sig. Sindaco, Ringrazio V. S. dei sentimenti ch'Ella mi significa a nome di cotesto popolo, che ebbe il vanto di Pietro Calvi. Dire degli eroi, segnatamente di quelli che diedero l'anima e il sangue al dovere e alle sante idealità, è ufficio e pregio della poesia: compenso unico e supremo al poeta che i popoli si commovano a ora a quei detti; e ricordino, e imparino."
Al Sindaco di Pieve del Cadore: "Bologna, 10 gennaio 1893 - Ill. Signor Sindaco, Sento profondamente tutto che Ella mi dice da parte del suo nobile popolo. Quanto fui contento e superbo come italiano, di conoscere il Cadore! Ciò che io potei scrivere fu inspirato dalla verità ed è forse meno di ciò che penso. Ella e i Suoi popolani sono troppo buoni. Ma certo la loro approvazione è il miglior compenso al poeta. Non mai ebbi tanto alto premio. Grazie di cuore.": GIOSUE CARDUCCI.
"Cesare Zanichelli, con voce sommessa e col fare un po' impacciato di quando dubitava esporsi a un rifiuto, mi disse, di là dal suo banco: - Senta Albertazzi, l'ode al Cadore è un po' difficile per il grosso pubblico: non Le pare? Il professore gradirebbe un articolo illustrativo da dare al 'Carlino'. Lo farebbe Lei? - Pensai un poco e poi risposi: - A un patto: il Professore veda l'articolo prima che lo diate al giornale. - Il Carducci acconsentì: solo tolse il cappello perché conteneva troppe lodi.": ADOLFO ALBERTAZZI, "Il Carducci in professione d'uomo. Ricordi e aneddoti", Lanciano 1921.
""""""""""

Carducci a Calalzo di Cadore con amici nel 1892 (Fotografia G.Riva) Fotografia albumina, G. Riva, Calalzo. In piedi, a destra, il dantista Michele Barbi (1867-1941); a sinistra Giacomo De Carlo di Calalzo con il giovane nipote; seduto, a destra del poeta, il filologo triestino Salomone Morpurgo (1860-1942); seduto a sinistra il fratello di questi, Alessandro, anch’egli letterato ed irredentista al pari di Albino Zenatti (1859-1915) in basso sempre a sinistra di Carducci.
Dal sito: http://www.internetculturale.it/opencms/opencms/it/pagine/mostre/pagina_1276.html
"Luoghi e paesaggi carducciani" 

NOTE
L'ode "CADORE" è dedicata a Tiziano Vecellio e a Pietro Fortunato Calvi. E' divisa in tre parti. Il testo dialettale appare con l'originale a fronte. 
A pag. 4 il Carducci ricorda i fatti d'arme della Chiusa di Venas del maggio 1848. A pag. 6 viene citata la bandiera (gonfalone) del Centenaro di Venas che sventolò allora alla Chiusa, oltre che nella battaglia di Rusecco di Valle del marzo 1508. Bandiera tuttora conservata nella chiesa parrocchiale di Venas.

NOTE SULLA VERSIONE DIALETTALE
Nella traduzione dall'originale italiano al dialetto ho cercato di rendere quest'ultimo al meglio, premettendo che l'ode è alquanto ostica. Già l'editore italiano Cesare Zanichelli giudicò l'opera "un po' difficile per il grosso pubblico".
Per rendere più agevole la lettura del dialetto, ho aggiunto segni e accenti che normalmente non si usano. Naturalmente si tratta di un dialetto piuttosto arcaico, che non corrisponde quasi più alla parlata odierna. Ad esempio i plurali dei sostantivi maschili conservano quasi sempre l'antica terminazione in "e", oggi quasi scomparsa, italianizzata in "i" (es. fantasme, ciampe).


CADOR (Giosuè Carducci) - I^ P. 




Te sos an gran. Come al sol che luse in eterno, l'iride dei tò color al consoléa chi òmin,
soride natura a l'idea
dovena sempre inte le tò


forme. Al lampo rosa de chei fantasme
passà sul tristo sècol
betèa dó al sessuro del fer,
su par auto vardèa le naẑion;


e chel che Roma à traversà e l'Italia,
distrutor fiédo, cesar fiamingo,
al desmenteèa chi che l'era, i penèi
cufà dó a tuóili su dal tò pè.


Dì: sote al peso dei marme austrìaci
inte chel gris silenẑio dei Frare,
antico dòrmes-to? o scarada
l'anima gìrela par i monte dei tò vèce,


cà onde che ti, fronte olimpia
al ẑiel de calma vita l'à coronà an sècol,
al ẑiel intrà le bianche nèole
ciaro ẑeleste basa e ride?


Te sos an gran. E anca là da chel puóro
marmol pì forte al me ciama e i ciante
antichi me domanda chel valente
vis de dovin desfidante.


Che élo che te sfide, divin dovin?
la bataia, al destin, la forẑa teribil
de i mila contro un te desfide,
anima eroica, Pietro Calvi.


Deh, fin che la Piave par le verde ruóibe
inte la mai finida tràina de i sècui
la iene dó a sbate l'Adria
co le masiére de le negre selve,


che i pin al vecio San Marco i à dà
co le tor in guera dó intramedo le Echinadi,
e 'l sol che va sote
inténda le ẑime a le palide dolomite


sì che de rosa inte la chieta sera
le Marmarole care al Vecellio
le luse, palaẑe de insògne,
paradis de spirite e de fate,

sempre, deh, sempre al sòne teribil
inte i desiderie da le memorie
o Calvi, al tò nome; e sautando
palide i dovin i varde de l'arme.
CADORE (Giosuè Carducci) - I^ P.




Sei grande. Eterno co ’l sole l’iride

de’ tuoi colori consola gli uomini,

sorride natura a l’idea
giovin perpetüa ne le tue



forme. Al baleno di quei fantasimi

roseo passante su ’l torvo secolo

posava il tumulto del ferro,
ne l’alto guardavano le genti;



e quei che Roma corse e l’Italia,

struggitor freddo, fiammingo cesare,

sé stesso obliava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede.


Di’: sotto il peso de’ marmi austriaci,

in quel de’ Frari grigio silenzio,

antico tu dormi? o diffusa
anima erri tra i paterni monti,




qui dove il cielo te, fronte olimpia

cui d’alma vita ghirlandò un secolo,

il ciel tra le candide nubi
limpido cerulo bacia e ride?




Sei grande. E pure là da quel povero

marmo più forte mi chiama e i cantici

antichi mi chiede quel baldo
viso di giovine disfidante.




Che è che sfidi, divino giovane?

la pugna, il fato, l’irrompente impeto

dei mille contr’ uno disfidi,
anima eroica, Pietro Calvi.




Deh, fin che Piave pe’ verdi baratri

ne la perenne fuga de’ secoli

divalli a percuotere l’Adria
co’ ruderi de le nere selve,




che pini al vecchio San Marco diedero

turriti in guerra giú tra l’Echinadi,

e il sole calante le aguglie
tinga a le pallide dolomiti


sí che di rosa nel cheto vespero

le Marmarole care al Vecellio

rifulgan, palagio di sogni,
eliso di spiriti e di fate,



sempre, deh, sempre suoni terribile
ne i desideri da le memorie,

o Calvi, il tuo nome; e balzando
pallidi i giovini cerchin l’arme.

CADOR (Giosuè Carducci) - II^ P.


Nó te cianto ti, Cador, co la poesia de i pastor che sente
de l'aria e de l'èga al sessuro:
ti co l'eroico mòto che sente al tòn de i fusìi
dó par le valade ẑelebro.

Oh doi de maio, cuan, sautà sul lato de la
strada al confin austriaco,
al capitan Calvi - fis-cèa le bale d'intorno - biondo
dreto, fermo,

auẑa in ponta a la spada, vardando fito al nemigo,
al fuói e l'acordo de Udin,
e an faẑoleto ros, segnal de guera e sterminio,
co la man ẑancia al sventoléa!

A védelo in aẑion, Pelmo e Antelao da le bianche nèole la testa grisa i liberéa inte l'aria, 
come vèce giganti che sgorla l'elmo co la ẑurma
e a la bataia i varda.

Come scude d'eroi che luse inte 'l cianto de i profete
a la marevéa de i sècui,
iluminade da la luse, contro al sol che su par al ẑiel
va, i iaẑai brila.

Sol de le antiche glorie, con cuanto ardor te braẑolée
le alpe e i fiume e i òmin!
ti intrà le ẑópe sote le negre fissine de peẑuó
te vas a ciatà i morte e te sussite.

- Nassude su i òs nostri, ferì, fiói, ferì
sora l'eterno barbaro:
da nevai che avon inténto col sango bucé dó, sas,
bóe, mastruẑélo -.

Tal da monte a monte rimbomba la vos de i morte
che a Ruseco à combatù;
e via de vila in vila con ardor che cresse man man
i vente la sparpaia.

I ciapa su le arme e a festa i dovin de Tiẑian
i ien dó ciantan Italia:
stà chele femene sui piói negre de len infiorade
de geranio e garòfui.

Piée che alegra sta sentada intrà i bèi còi e de la Piave
al sente bas al sessuro,
Auronẑe bela destirada inte al pian longa intrà l'èghe
sote la scura Ajàrnola,

e Lorenẑago solìva intrà i ciampe vérte che da l'auto
la val in medo domina,
e pien de vile scònte intrà i pin e i peẑuó
duto al verdo Comelego,

e autre vile e autre intrà pàscui e selve solivi
i fioi e i pare manda:
i tòl su fusìi, i mena le aste e le rònche: i corne
de i pastor i sòna.

Da i altar ien l'antica bandiera che a Val 
à vedù autra desfata austriaca,
e la tòl i valente: al nuóvo sol e a i nuóve perìcui ẑiga
al vècio leon veneto.

Scolté. An sòn da lontan ien dó, ien da vesìn, va su,
core, cresse, ciapa campo;
An sòn che piande e ciama, che ẑiga, che préa, che infuria
che dura an tòco, teribil.

Che elo? domanda al nemigo che ien a l'incontro,
e anca co i vuóie l'interoga.
- L'é le campane del popol d'Italia: a la morte
vostra o a la nostra le sona -.

Ahi, Pietro Calvi, po' ti al pian cà de sete ane la morte
da le buse de Mantova
portarà via. Te sos dù a ciatàla, come a la femena
de scondon an esilià.

Cual an òta d'Austria le arme, cossita d'Austria la forcia
al varda
calmo e fiedo,
grato al iudiẑio contrario che soldà al lo mande a la sacra
leion de i spirite.

Nò mai pì nobil anima, nò mai te as bucià fora dreto
a l'avenir d'Italia,
Belfiore, scura busa de forcie austriache, lusènte,
Belfiore, altar de martiri.

Oh a chi nassù d'Italia iàve mai dal cuór al tò nome
porte al liéto adultero
sì che al lo pare indrìo a peade da i lari inte 'l pocio
vècio bisbètego ignobil!

e a chi che rinega la patria, inte 'l cuór, inte 'l ẑervel, inte
'l sango
che i bulighée na burta forẑa
de se copà, e da la bócia sporcia che bastiéma
an rospo verdo saute fòra!
CADORE (Giosuè Carducci) - II^ P.


Non te, Cadore, io canto su l’arcade avena che segua
de l’aure e l’acque il murmure:

te con l’eroico verso che segua il tuon de’ fucili          
giú per le valli io celebro.



Oh due di maggio, quando, saltato su ’l limite de la

strada al confine austriaco,

il capitano Calvi - fischiavan le palle d’intorno - biondo, diritto, immobile,

leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando,

il foglio e ’l patto d’Udine,

e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio,   
con la sinistra sventola!


Pelmo a l’atto e Antelao da’ bianchi nuvoli il capo

grigio ne l’aere sciolgono,

come vecchi giganti che l’elmo chiomato scotendo
a la battaglia guardano.

Come scudi d’eroi che splendon nel canto de’ vati 
a lo stupor de i secoli,

raggianti nel candore, di contro al sol che pe ’l cielo
sale, i ghiacciai scintillano.



Sol de le antiche glorie, con quanto ardore tu abbracci
l’alpi ed i fiumi e gli uomini!

tu fra le zolle sotto le nere boscaglie d’abeti
visiti i morti e susciti.



- Nati su l’ossa nostre, ferite, figliuoli, ferite

sopra l’eterno barbaro:

da’ nevai che di sangue tingemmo crosciate, macigni,
valanghe, stritolatelo - .


Tale da monte a monte rimbomba la voce de’ morti

che a Rusecco pugnarono;

e via di villa in villa con fremito ogn’ora crescente
i venti la diffondono.

Afferran l’armi e a festa i giovani tizïaneschi 
scendon cantando Italia:

stanno le donne a’ neri veroni di legno fioriti
di geranio e garofani.

Pieve che allegra siede tra’ colli arridenti e del Piave 
ode basso lo strepito,

Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l’acque
sotto la fósca Ajàrnola,

e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d’alto
la valle in mezzo domina,

e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti
tutto il verde Comelico,

ed altre ville ed altre fra pascoli e selve ridenti 
i figli e i padri mandano:

fucili impugnan, lance brandiscono e roncole: i corni
de i pastori rintronano.

Di tra gli altari viene l’antica bandiera che a Valle 
vide altra fuga austriaca,

e accoglìe i prodi: al nuovo sol rugge e a’ pericoli novi
il vecchio leon veneto.

Udite. Un suon lontano discende, approssima, sale, 
corre, cresce, propagasi;

un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che
infuria
insistente, terribile.

Che è? chiede il nemico venendo a l’abboccamento, 
e pur con gli occhi interroga.

- Le campane del popol d’Italïa sono: a la morte
vostra o a la nostra suonano - .

Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett’anni la morte 
da le fosse di Mantova

rapirà. Tu venisti cercandola, come a la sposa
celatamente un esule.

Quale già d’Austria l’armi, tal d’Austria la forca or ei
guarda

sereno ed impassibile,

grato a l’ostil giudicio che milite il mandi a la sacra
legïon de gli spiriti.

Non mai piú nobil alma, non mai sprigionando lanciasti 
a l’avvenir d’Italia,

Belfiore, oscura fossa d’austriache forche, fulgente,
Belfiore, ara di màrtiri.

Oh a chi d’Italia nato mai caggia dal core il tuo nome
frutti il talamo adultero

tal che il ributti a calci da i lari aviti nel fango
vecchio querulo ignobile!

e a chi la patria nega, nel cuor, nel cervello, nel sangue
sozza una forza brulichi

di suicidio, e da la bocca laida bestemmiatrice
un rospo verde palpiti!







CADOR (Giosuè Carducci) - III^ P.

A ti al se vòlta, come l'acuila
passuda del malcontento dragon
la se póia su le ale ferme
e la torna a l'auta cóa e al sol,

a ti al se vòlta, Cador, al cianto
sacro a la patria. Chieto inte 'l palido
lusór de la dovena luna
se spande al sessuro de i peẑuó

da ti, careẑa longa su la magica
sòn de l'èga. De riéde bionde
fiorisse a ti i paés,
e da le vérte grénbegne al fén

le séa ciantàn le valente tose
con negre fasse a scuèrde la bela
ẑurma; brila de starluche
ẑeleste svelte i vuóie: intanto

al caretier par le vérte
strade tre ciavài al cén su na ciària
de pin che da lontan fa sentì l'udor,
e al ẑìdol se dà da fèi Pararuó,

e intrà la brumèstega che fuma, su le ẑime
tòna la caẑa: la tóma la ciamorẑa
sote tire segure, e 'l nemigo,
cuan che la patria ciama, al tóma.

Mi voi portate via, Cador, l'anima
de Pietro Calvi; par la penisola
mi voi su le ale del cianto
aralda mandàla. - Ahi mal dessedada,

ahi no l'é le Alpe cussìn adato
a sòn e insògne triste, adultere!
àuẑete, l'é fenida la iostra:
àuẑete, al ial de marẑo al cianta! -

Cuan che su l'Alpe torne Mario
e varde al dopio mar Duilio
chietà, ienarón, o Cador,
l'anima a domandàte del Vecellio.

Inte al Campidoglio ornà de trofei,
inte al Campidoglio lustro de leie,
al pitùre el al trionfo d'Italia,
tolesta su nuìẑa intrà le naẑion.  

In piaẑa de Piée del Cador
e sul lago de Mesurina
set. 1892.









CADORE (Giosuè Carducci) - III^ P.

A te ritorna, sí come l’aquila
nel reluttante dragon sbramatasi
poggiando su l’ali pacate
l’aereo nido torna e al sole,

a te ritorna, Cadore, il cantico
sacro a la patria. Lento nel pallido
candor de la giovine luna
stendesi il murmure de gli abeti

da te, carezza lunga su ’l magico
sonno de l’acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulvida
chioma; sfavillan di lampi
ceruli rapidi gli occhi: mentre

il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante,
e al cidolo ferve Perarolo,

e tra le nebbie fumanti a’ vertici
tuona la caccia: cade il camoscio
a’ colpi sicuri, e il nemico,
quando la patria chiama, cade.

Io vo’ rapirti, Cadore, l’anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l’ali del canto
aralda mandarla. - Ahi mal ridesta,

ahi non son l’Alpi guancial propizio
a sonni e sogni perfidi, adulteri!
lèvati, finí la gazzarra:
lèvati, il marzïo gallo canta! -

Quando su l’Alpi risalga Mario
e guardi al doppio mare Duilio
placato, verremo, o Cadore,
l’anima a chiederti del Vecellio.

Nel Campidoglio di spoglie fulgido,
nel Campidoglio di leggi splendido,
ei pinga il trionfo d’Italia,
assunta novella tra le genti.

In piazza di Pieve del Cadore
e sul lago di Misurina
sett. 1892.







ARTICOLO DI ERNESTO MAJONI DIRETTORE DELL'ISTITUTO LADINO DELLE DOLOMITI APPARSO SULL'AMICO DEL POPOLO DI BELLUNO DEL 22/9/2016


domenica 10 aprile 2016

FIN A L' ULTIMO CIAVAL (DIALETO DE VENAS)

FINO ALL' ULTIMO CAVALLO


Riassunto dell'omonimo racconto di Carpinteri & Faraguna e Furio Bordon tratto dal libro "L'AUSTRIA ERA UN PAESE ORDINATO" - Edizioni Longanesi - 1982 (pag. 105-110)



(Riduzione italiana e traduzione in dialetto di Giancarlo Soravia)

Al contèa Bortol che a Lussin, inante de la Prima Guera, na caroẑa conpagna de chela de Bepi Vìdulich no l'avèa mai veduda nissun, da tanto bela e lustra che la era. L'era stada conprada a Trieste, e i disèa che la era stada del Consol inglese in persona. Bepi l'era un dei Vìdulich de Lussin Piẑol, che avèa campagne, barche e Agenẑie maritime.
Al vecio Bùnicich, che l'era darman par parte de mare de Bepi, al dèa mato par chela sò caroẑa.
An dì, Vìdulich l'à prometù a sò darman che al i avaràe lassà la caroẑa par testamento, e dopo apena passà an àn, cuan che al se ciatèa a Costantinopoli par afare, l'à ciapà la risìpola e in doi dì l'é morto.
Inte al testamento l'avèa in efeti scrito de sò puìn: "Lasso la mè caroẑa a l'amigo -come an fardel- e prin darmàn Nicolò Bùnicich de Lussin Gran.
Cossita Nicolò Bùnicich l'é ienù a avé la caroẑa, ma ẑenẑa ciaval, parché Bepi l'avèa vendù al ciaval inante de partì par Costantinopoli.
La caroẑa l'é restada, inte al cortil de ciasa soa, sote l'inẑerada, par tre ane, e Bùnicich al continuéa a dì a vede, domandan par duta l'isola, de 'n ciaval.
Fin che an dì al ciata su le rive Sior Nadalìn, che avèa l'apalto de le Poste, e al i dis de avé n'ocasion, al ciaval de la Posta. La bestia la é vecia, la va par vinti ane, ma l'é an bon ciaval, ancora stagno, lipizan.
Doi dì dopo Bùnicich e 'l Sior Nadalìn i se ciata inte le stale de la Posta. Conforme a l'uso de la vendita a l'incanto co la candela, i inpiẑa na candela su la tola, e Bùnicich l'à dito: "Sete fiorin" e dopo de avé ciacolà de na roba e de chel'autra par an pèr de ore, la candela s'à destudà. Chesto l'era al Regolamento de Posta par le Vecie Provinẑie.
La Domenega de le Palme duta Lussin Gran l'é duda fora a vede Bùnicich che partìa dal cortil de ciasa col ciaval nuovo e la caroẑa lustra.
Al vecio Andre - al sò òn de fiduẑia - al stasèa a casseta co la scuria e Bùnicich al stasèa sentà da drio vestì da le feste, co le cartoline de Bona Pasca da inpostà. Ve penséo come che le era fate le cassete de la Posta sote l'Austria ? Longhe e strente, dale col stema negro: I.R. Poste.
Dopo de avé inpostà le cartoline in piaẑa a Lussin Gran, i va inavante su la strada par Lussin Piẑol, e arguade visavì del Domo, al ciaval al se ferma. No l'é pì stà verso de smoelo, e dute intorno che ridèa. Savéo parché al ciaval no 'l se moèa ? Parché là arente del Domo de Lussin Piẑol, l'era la casseta de le letre, e el no 'l dèa inavante se no 'l sentìa i colpe del postin che tirèa fora la corispondenẑa.
Alora al vecio Andre l'é desmontà, l'é dù da vesin de la casseta e l'à dato co la man doi colpe sul bandon. E cuan che al ciaval l'à sentù al sessuro, l'é dù inavante duto pacifico. Inte dute i ruó onde che era na casseta de le letre, a Riva, su la strada par Cigàle, al vecio Andre al dovea desmontà e bate sul bandon, parché se nò al ciaval no se moèa.
In chela sera dute i coionèa al vecio Bùnicich, e i lo consilièa de cambià ciaval, ma el al disèa che fei ienì an ciaval da Fiume col vapor sarae costà na rasìa, inveẑe an peston su la casseta de le letre no costèa nia.
E cossita a Lussin dute i dì l'era spetacol. Ma, ride, ride, cuan che l'é s-ciopà la guera, l'Imperator l'à fato recuisì dute i ciavai de Lussin, ma nò chel de Bùnicich, parché massa vecio. E cossita par duta la guera el l'é dù a spasso in caroẑa, e chi autre a pè.
Fenida la guera, l'é stà al rebalton de l'Austria, e l'é arguà i taliane, che à canbià an grun de robe, e anca le cassete de la Posta, de color ros, grande. L'é duda che al ciaval de Bùnicich, na bonora, cuan che l'é passà in piaẑa davante a una de cheste cassete nuóve, l'à tirà inavante. No 'l l'avea cognossuda. E chela del Domo de Lussin Piẑol, idem. E cossita anca a Riva. Al vecio Bùnicich l'era duto contento, parché al pensèa de mandà in pension al vecio Andre, che al i servìa solo par pestà su le cassete de la Posta. Ma, come che l'à ciapà la riva a dì su par Cigàle, propio davante a l'ultima casseta de Lussin, al ciaval l'é tomà do bas, morto sun colpo.
L'era vecio, puora bestia, vintiẑinche ane, che par an òn saràe ẑento, e la riva la era vérta. Ma pì de duto, i à calcolà chela òta, dovèa esse stà al dolor de cuór.
Raccontava Bortolo che a Lussino, prima della Prima Guerra, una carrozza come quella di Giuseppe Vìdulic non l'aveva mai vista nessuno, da tanto bella e lustra che era. Era stata comprata a Trieste, e dicevano che era appartenuta al Console inglese in persona. Giuseppe apparteneva ai Vìdulic di Lussinpiccolo, proprietari di campagne, barche e Agenzie marittime.

Il vecchio Bùnicich, che era cugino per parte di madre di Giuseppe, andava matto per quella sua carrozza.

Un giorno, Vìdulic promise al cugino che gli avrebbe lasciato la carrozza in testamento, e dopo appena trascorso un anno, mentre era a Costantinopoli per affari, prese la risìpola e in due giorni morì.

Nel testamento aveva in effetti scritto di suo pugno: "Lascio la mia carrozza all'amico fraterno e primo cugino Nicolò Bùnicich di Lussingrando".



Così Nicolò Bùnicich entrò in possesso della carrozza, ma senza cavallo, perché Giuseppe aveva venduto il cavallo prima di partire per Costantinopoli.
La carrozza rimase, nel cortile di casa sua, sotto l'incerata, per tre anni, mentre Bùnicich continuava a cercare, domandando per tutta l'isola, di un cavallo.

Finché un giorno incontra sulle rive Sior Nadalìn, che aveva l'appalto delle Poste, e che gli dice di avere un'occasione, il cavallo della Posta. La bestia è vecchia, va per venti anni, ma è un buon cavallo, ancora saldo, lipizzano.
Dopo due giorni Bùnicich e il Sior Nadalìn si incontrano nello stallaggio della Posta. Secondo la formalità della vendita all'incanto con la candela, 'impizzavano' [in dialetto istriano nel testo] una candela sul tavolo, e Bùnicich disse: "Sette fiorini" e dopo aver 'ciacolato di una roba e l'altra' [in dialetto istriano nel testo]  per un paio d'ore, la candela si spense. Questo era il Regolamento di Posta per le Vecchie Province.

La Domenica delle Palme tutta Lussingrando uscì a vedere Bùnicich che partiva dal cortile di casa con il cavallo nuovo e la carrozza lustra.
Il vecchio Andre - il suo uomo di fiducia - stava a cassetta con la 'scùria' [in dialetto istriano nel testo = frusta]  e Bùnicich stava seduto dietro vestito da messa cantata, con le cartoline di Buona Pasqua da imbucare. Vi ricordate com'erano fatte le cassette della Posta sotto l'Austria ? Lunghe e strette, gialle con lo stemma nero: I.R. Poste.
Dopo aver impostato le cartoline in piazza a Lussingrando, continuano sulla strada per Lussinpiccolo, e arrivati di fronte al Duomo, il cavallo si ferma. Non ci fu verso di smuoverlo, e tutti intorno che ridevano. Sapete perché il cavallo non si muoveva ? Perché là, vicino al Duomo di Lussinpiccolo, c'era la cassetta delle lettere, e lui, non proseguiva prima di aver sentito i colpi del postiere che ritirava la corrispondenza.

Allora il vecchio Andre è smonatato, è andato vicino alla cassetta e ha dato con la mano due colpi sul bandone. E quando il cavallo ha sentito il rumore, è andato avanti tutto pacifico. In ogni posto dove c'era una cassetta delle lettere, in Riva, sulla strada per Cigàle, il vecchio Andre doveva smontare e battere sul bandone, perché se no il cavallo non si muoveva.


Quella sera tutti coglionavano il vecchio Bùnicich, e lo consigliavano di cambiare cavallo, ma egli disse che far venire un cavallo da Fiume col vapore sarebbe costato un'eresia, mentre un pestone sulla cassetta delle lettere non costava niente.

E così a Lussino ogni giorno c'era spettacolo. Però, ridi, ridi, quando scoppiò la guerra, l'Imperatore fece requisire tutti i cavalli di Lussino, ma non quello di Bùcinich, perché troppo vecchio. E così lui durante tutta la guerra andò a spasso in carrozza, e gli altri a piedi.

Finita la guerra, ci fu il ribaltòn dell'Austria, e arrivarono gli italiani, che cambiarono molte cose, e anche le cassette della Posta, rosse, grandi. Tanto che il cavallo di Bùcinich, una mattina, mentre passava in piazza davanti a una di queste cassette nuove, ha tirato avanti. Non l'aveva riconosciuta. E quella del Duomo di Lussinpiccolo, idem. E così anche in Riva. Il vecchio Bùnicich era tutto contento, pensando di mettere in pensione il vecchio Andre, che gli serviva solo per pestare sulle cassette della Posta. Ma, imboccata la salita per Cigàle, proprio davanti all'ultima cassetta di Lussino, il cavallo è cascato in terra, morto sul colpo.




Era vecchio, povera bestia, venticinque anni, che per un uomo sarebbero cento, e la salita era faticosa. Ma più di tutto, han calcolato quella volta, doveva esser stato il dolor di cuore.