martedì 12 aprile 2016

CADOR - GIOSUE CARDUCCI (DIALETO DE VENAS)

COPERTINA DEL LIBRETTO DELL'ODE, PUBBLICATO
IN PROPRIO DA G.CARLO SORAVIA:


L'INTERO LIBRETTO IN FORMATO PDF E' SCARICABILE QUI (209 KB):

https://drive.google.com/file/d/0Bz8lKK56ZZ08RXlpa3FSU0JRcVE/view?usp=sharing



CADORE (GIOSUE CARDUCCI)

PRESENTAZIONE

Giosue (o Giosuè) Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, 27 luglio 1835 - Bologna, 16 febbraio 1907) fu il primo italiano ad essere insignito del Premio Nobel per la letteratura. Le sue opere furono tradotte in varie lingue, compresa l'ode "CADORE", scritta nel 1892.
Di tale opera mancava tuttavia una versione in dialetto cadorino, e con questa traduzione desidero colmare la piccola lacuna.  

G.Carlo Soravia

NOTIZIE SULLA PRIMA EDIZIONE DELL'ODE "CADORE"
dal sito dell'Editore ZANICHELLI: http://www.catalogo.zanichelli.it/Pages/Opera?siteLang=IT&id_opera=0000000012456

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"Finito di stampare il 19 settembre 1892".
Nello stesso anno uscirono la prima e la seconda edizione. Di proprio pugno il Poeta corresse sulle bozze 'Giosué' in 'Giosue'.
L'ode fu scritta a Misurina nel Cadore nel 1892, e pubblicata il 20 settembre dello stesso anno.
Fu ispirata dalla vista di due monumenti che sorgono a Pieve, nella Piazza del Comune: l'uno a Tiziano Vecellio, l'altro a Pier Fortunato Calvi, l'eroico difensore del Cadore nel 1848.
"Il canto pe'l 20 settembre è "Cadore. Combattimenti del '48 e Pietro Calvi".": GIOSUE CARDUCCI a CESARE ZANICHELLI, 28 agosto 1892. "Seduto innanzi a una finestra spalancata dalla quale mi appare la statua di Tiziano Vecellio, sto scrivendo un'ode al Cadore.": GIOSUE CARDUCCI a RENATO FUCINI, luglio 1892. "Il Libraio Loescher non aveva più ieri sera una sola copia di "Cadore", messo in vendita due giorni prima e spedito a centinaia di copie a tutti i librai d'Italia.": A. GABRIELLI, «L'Opinione» (Roma), 23 settembre 1892.
Lettera del Carducci al Sindaco di Noale: "Firenze, 3 ottobre 1892 - Ill.mo sig. Sindaco, Ringrazio V. S. dei sentimenti ch'Ella mi significa a nome di cotesto popolo, che ebbe il vanto di Pietro Calvi. Dire degli eroi, segnatamente di quelli che diedero l'anima e il sangue al dovere e alle sante idealità, è ufficio e pregio della poesia: compenso unico e supremo al poeta che i popoli si commovano a ora a quei detti; e ricordino, e imparino."
Al Sindaco di Pieve del Cadore: "Bologna, 10 gennaio 1893 - Ill. Signor Sindaco, Sento profondamente tutto che Ella mi dice da parte del suo nobile popolo. Quanto fui contento e superbo come italiano, di conoscere il Cadore! Ciò che io potei scrivere fu inspirato dalla verità ed è forse meno di ciò che penso. Ella e i Suoi popolani sono troppo buoni. Ma certo la loro approvazione è il miglior compenso al poeta. Non mai ebbi tanto alto premio. Grazie di cuore.": GIOSUE CARDUCCI.
"Cesare Zanichelli, con voce sommessa e col fare un po' impacciato di quando dubitava esporsi a un rifiuto, mi disse, di là dal suo banco: - Senta Albertazzi, l'ode al Cadore è un po' difficile per il grosso pubblico: non Le pare? Il professore gradirebbe un articolo illustrativo da dare al 'Carlino'. Lo farebbe Lei? - Pensai un poco e poi risposi: - A un patto: il Professore veda l'articolo prima che lo diate al giornale. - Il Carducci acconsentì: solo tolse il cappello perché conteneva troppe lodi.": ADOLFO ALBERTAZZI, "Il Carducci in professione d'uomo. Ricordi e aneddoti", Lanciano 1921.
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Carducci a Calalzo di Cadore con amici nel 1892 (Fotografia G.Riva) Fotografia albumina, G. Riva, Calalzo. In piedi, a destra, il dantista Michele Barbi (1867-1941); a sinistra Giacomo De Carlo di Calalzo con il giovane nipote; seduto, a destra del poeta, il filologo triestino Salomone Morpurgo (1860-1942); seduto a sinistra il fratello di questi, Alessandro, anch’egli letterato ed irredentista al pari di Albino Zenatti (1859-1915) in basso sempre a sinistra di Carducci.
Dal sito: http://www.internetculturale.it/opencms/opencms/it/pagine/mostre/pagina_1276.html
"Luoghi e paesaggi carducciani" 

NOTE
L'ode "CADORE" è dedicata a Tiziano Vecellio e a Pietro Fortunato Calvi. E' divisa in tre parti. Il testo dialettale appare con l'originale a fronte. 
A pag. 4 il Carducci ricorda i fatti d'arme della Chiusa di Venas del maggio 1848. A pag. 6 viene citata la bandiera (gonfalone) del Centenaro di Venas che sventolò allora alla Chiusa, oltre che nella battaglia di Rusecco di Valle del marzo 1508. Bandiera tuttora conservata nella chiesa parrocchiale di Venas.

NOTE SULLA VERSIONE DIALETTALE
Nella traduzione dall'originale italiano al dialetto ho cercato di rendere quest'ultimo al meglio, premettendo che l'ode è alquanto ostica. Già l'editore italiano Cesare Zanichelli giudicò l'opera "un po' difficile per il grosso pubblico".
Per rendere più agevole la lettura del dialetto, ho aggiunto segni e accenti che normalmente non si usano. Naturalmente si tratta di un dialetto piuttosto arcaico, che non corrisponde quasi più alla parlata odierna. Ad esempio i plurali dei sostantivi maschili conservano quasi sempre l'antica terminazione in "e", oggi quasi scomparsa, italianizzata in "i" (es. fantasme, ciampe).


CADOR (Giosuè Carducci) - I^ P. 




Te sos an gran. Come al sol che luse in eterno, l'iride dei tò color al consoléa chi òmin,
soride natura a l'idea
dovena sempre inte le tò


forme. Al lampo rosa de chei fantasme
passà sul tristo sècol
betèa dó al sessuro del fer,
su par auto vardèa le naẑion;


e chel che Roma à traversà e l'Italia,
distrutor fiédo, cesar fiamingo,
al desmenteèa chi che l'era, i penèi
cufà dó a tuóili su dal tò pè.


Dì: sote al peso dei marme austrìaci
inte chel gris silenẑio dei Frare,
antico dòrmes-to? o scarada
l'anima gìrela par i monte dei tò vèce,


cà onde che ti, fronte olimpia
al ẑiel de calma vita l'à coronà an sècol,
al ẑiel intrà le bianche nèole
ciaro ẑeleste basa e ride?


Te sos an gran. E anca là da chel puóro
marmol pì forte al me ciama e i ciante
antichi me domanda chel valente
vis de dovin desfidante.


Che élo che te sfide, divin dovin?
la bataia, al destin, la forẑa teribil
de i mila contro un te desfide,
anima eroica, Pietro Calvi.


Deh, fin che la Piave par le verde ruóibe
inte la mai finida tràina de i sècui
la iene dó a sbate l'Adria
co le masiére de le negre selve,


che i pin al vecio San Marco i à dà
co le tor in guera dó intramedo le Echinadi,
e 'l sol che va sote
inténda le ẑime a le palide dolomite


sì che de rosa inte la chieta sera
le Marmarole care al Vecellio
le luse, palaẑe de insògne,
paradis de spirite e de fate,

sempre, deh, sempre al sòne teribil
inte i desiderie da le memorie
o Calvi, al tò nome; e sautando
palide i dovin i varde de l'arme.
CADORE (Giosuè Carducci) - I^ P.




Sei grande. Eterno co ’l sole l’iride

de’ tuoi colori consola gli uomini,

sorride natura a l’idea
giovin perpetüa ne le tue



forme. Al baleno di quei fantasimi

roseo passante su ’l torvo secolo

posava il tumulto del ferro,
ne l’alto guardavano le genti;



e quei che Roma corse e l’Italia,

struggitor freddo, fiammingo cesare,

sé stesso obliava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede.


Di’: sotto il peso de’ marmi austriaci,

in quel de’ Frari grigio silenzio,

antico tu dormi? o diffusa
anima erri tra i paterni monti,




qui dove il cielo te, fronte olimpia

cui d’alma vita ghirlandò un secolo,

il ciel tra le candide nubi
limpido cerulo bacia e ride?




Sei grande. E pure là da quel povero

marmo più forte mi chiama e i cantici

antichi mi chiede quel baldo
viso di giovine disfidante.




Che è che sfidi, divino giovane?

la pugna, il fato, l’irrompente impeto

dei mille contr’ uno disfidi,
anima eroica, Pietro Calvi.




Deh, fin che Piave pe’ verdi baratri

ne la perenne fuga de’ secoli

divalli a percuotere l’Adria
co’ ruderi de le nere selve,




che pini al vecchio San Marco diedero

turriti in guerra giú tra l’Echinadi,

e il sole calante le aguglie
tinga a le pallide dolomiti


sí che di rosa nel cheto vespero

le Marmarole care al Vecellio

rifulgan, palagio di sogni,
eliso di spiriti e di fate,



sempre, deh, sempre suoni terribile
ne i desideri da le memorie,

o Calvi, il tuo nome; e balzando
pallidi i giovini cerchin l’arme.

CADOR (Giosuè Carducci) - II^ P.


Nó te cianto ti, Cador, co la poesia de i pastor che sente
de l'aria e de l'èga al sessuro:
ti co l'eroico mòto che sente al tòn de i fusìi
dó par le valade ẑelebro.

Oh doi de maio, cuan, sautà sul lato de la
strada al confin austriaco,
al capitan Calvi - fis-cèa le bale d'intorno - biondo
dreto, fermo,

auẑa in ponta a la spada, vardando fito al nemigo,
al fuói e l'acordo de Udin,
e an faẑoleto ros, segnal de guera e sterminio,
co la man ẑancia al sventoléa!

A védelo in aẑion, Pelmo e Antelao da le bianche nèole la testa grisa i liberéa inte l'aria, 
come vèce giganti che sgorla l'elmo co la ẑurma
e a la bataia i varda.

Come scude d'eroi che luse inte 'l cianto de i profete
a la marevéa de i sècui,
iluminade da la luse, contro al sol che su par al ẑiel
va, i iaẑai brila.

Sol de le antiche glorie, con cuanto ardor te braẑolée
le alpe e i fiume e i òmin!
ti intrà le ẑópe sote le negre fissine de peẑuó
te vas a ciatà i morte e te sussite.

- Nassude su i òs nostri, ferì, fiói, ferì
sora l'eterno barbaro:
da nevai che avon inténto col sango bucé dó, sas,
bóe, mastruẑélo -.

Tal da monte a monte rimbomba la vos de i morte
che a Ruseco à combatù;
e via de vila in vila con ardor che cresse man man
i vente la sparpaia.

I ciapa su le arme e a festa i dovin de Tiẑian
i ien dó ciantan Italia:
stà chele femene sui piói negre de len infiorade
de geranio e garòfui.

Piée che alegra sta sentada intrà i bèi còi e de la Piave
al sente bas al sessuro,
Auronẑe bela destirada inte al pian longa intrà l'èghe
sote la scura Ajàrnola,

e Lorenẑago solìva intrà i ciampe vérte che da l'auto
la val in medo domina,
e pien de vile scònte intrà i pin e i peẑuó
duto al verdo Comelego,

e autre vile e autre intrà pàscui e selve solivi
i fioi e i pare manda:
i tòl su fusìi, i mena le aste e le rònche: i corne
de i pastor i sòna.

Da i altar ien l'antica bandiera che a Val 
à vedù autra desfata austriaca,
e la tòl i valente: al nuóvo sol e a i nuóve perìcui ẑiga
al vècio leon veneto.

Scolté. An sòn da lontan ien dó, ien da vesìn, va su,
core, cresse, ciapa campo;
An sòn che piande e ciama, che ẑiga, che préa, che infuria
che dura an tòco, teribil.

Che elo? domanda al nemigo che ien a l'incontro,
e anca co i vuóie l'interoga.
- L'é le campane del popol d'Italia: a la morte
vostra o a la nostra le sona -.

Ahi, Pietro Calvi, po' ti al pian cà de sete ane la morte
da le buse de Mantova
portarà via. Te sos dù a ciatàla, come a la femena
de scondon an esilià.

Cual an òta d'Austria le arme, cossita d'Austria la forcia
al varda
calmo e fiedo,
grato al iudiẑio contrario che soldà al lo mande a la sacra
leion de i spirite.

Nò mai pì nobil anima, nò mai te as bucià fora dreto
a l'avenir d'Italia,
Belfiore, scura busa de forcie austriache, lusènte,
Belfiore, altar de martiri.

Oh a chi nassù d'Italia iàve mai dal cuór al tò nome
porte al liéto adultero
sì che al lo pare indrìo a peade da i lari inte 'l pocio
vècio bisbètego ignobil!

e a chi che rinega la patria, inte 'l cuór, inte 'l ẑervel, inte
'l sango
che i bulighée na burta forẑa
de se copà, e da la bócia sporcia che bastiéma
an rospo verdo saute fòra!
CADORE (Giosuè Carducci) - II^ P.


Non te, Cadore, io canto su l’arcade avena che segua
de l’aure e l’acque il murmure:

te con l’eroico verso che segua il tuon de’ fucili          
giú per le valli io celebro.



Oh due di maggio, quando, saltato su ’l limite de la

strada al confine austriaco,

il capitano Calvi - fischiavan le palle d’intorno - biondo, diritto, immobile,

leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando,

il foglio e ’l patto d’Udine,

e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio,   
con la sinistra sventola!


Pelmo a l’atto e Antelao da’ bianchi nuvoli il capo

grigio ne l’aere sciolgono,

come vecchi giganti che l’elmo chiomato scotendo
a la battaglia guardano.

Come scudi d’eroi che splendon nel canto de’ vati 
a lo stupor de i secoli,

raggianti nel candore, di contro al sol che pe ’l cielo
sale, i ghiacciai scintillano.



Sol de le antiche glorie, con quanto ardore tu abbracci
l’alpi ed i fiumi e gli uomini!

tu fra le zolle sotto le nere boscaglie d’abeti
visiti i morti e susciti.



- Nati su l’ossa nostre, ferite, figliuoli, ferite

sopra l’eterno barbaro:

da’ nevai che di sangue tingemmo crosciate, macigni,
valanghe, stritolatelo - .


Tale da monte a monte rimbomba la voce de’ morti

che a Rusecco pugnarono;

e via di villa in villa con fremito ogn’ora crescente
i venti la diffondono.

Afferran l’armi e a festa i giovani tizïaneschi 
scendon cantando Italia:

stanno le donne a’ neri veroni di legno fioriti
di geranio e garofani.

Pieve che allegra siede tra’ colli arridenti e del Piave 
ode basso lo strepito,

Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l’acque
sotto la fósca Ajàrnola,

e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d’alto
la valle in mezzo domina,

e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti
tutto il verde Comelico,

ed altre ville ed altre fra pascoli e selve ridenti 
i figli e i padri mandano:

fucili impugnan, lance brandiscono e roncole: i corni
de i pastori rintronano.

Di tra gli altari viene l’antica bandiera che a Valle 
vide altra fuga austriaca,

e accoglìe i prodi: al nuovo sol rugge e a’ pericoli novi
il vecchio leon veneto.

Udite. Un suon lontano discende, approssima, sale, 
corre, cresce, propagasi;

un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che
infuria
insistente, terribile.

Che è? chiede il nemico venendo a l’abboccamento, 
e pur con gli occhi interroga.

- Le campane del popol d’Italïa sono: a la morte
vostra o a la nostra suonano - .

Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett’anni la morte 
da le fosse di Mantova

rapirà. Tu venisti cercandola, come a la sposa
celatamente un esule.

Quale già d’Austria l’armi, tal d’Austria la forca or ei
guarda

sereno ed impassibile,

grato a l’ostil giudicio che milite il mandi a la sacra
legïon de gli spiriti.

Non mai piú nobil alma, non mai sprigionando lanciasti 
a l’avvenir d’Italia,

Belfiore, oscura fossa d’austriache forche, fulgente,
Belfiore, ara di màrtiri.

Oh a chi d’Italia nato mai caggia dal core il tuo nome
frutti il talamo adultero

tal che il ributti a calci da i lari aviti nel fango
vecchio querulo ignobile!

e a chi la patria nega, nel cuor, nel cervello, nel sangue
sozza una forza brulichi

di suicidio, e da la bocca laida bestemmiatrice
un rospo verde palpiti!







CADOR (Giosuè Carducci) - III^ P.

A ti al se vòlta, come l'acuila
passuda del malcontento dragon
la se póia su le ale ferme
e la torna a l'auta cóa e al sol,

a ti al se vòlta, Cador, al cianto
sacro a la patria. Chieto inte 'l palido
lusór de la dovena luna
se spande al sessuro de i peẑuó

da ti, careẑa longa su la magica
sòn de l'èga. De riéde bionde
fiorisse a ti i paés,
e da le vérte grénbegne al fén

le séa ciantàn le valente tose
con negre fasse a scuèrde la bela
ẑurma; brila de starluche
ẑeleste svelte i vuóie: intanto

al caretier par le vérte
strade tre ciavài al cén su na ciària
de pin che da lontan fa sentì l'udor,
e al ẑìdol se dà da fèi Pararuó,

e intrà la brumèstega che fuma, su le ẑime
tòna la caẑa: la tóma la ciamorẑa
sote tire segure, e 'l nemigo,
cuan che la patria ciama, al tóma.

Mi voi portate via, Cador, l'anima
de Pietro Calvi; par la penisola
mi voi su le ale del cianto
aralda mandàla. - Ahi mal dessedada,

ahi no l'é le Alpe cussìn adato
a sòn e insògne triste, adultere!
àuẑete, l'é fenida la iostra:
àuẑete, al ial de marẑo al cianta! -

Cuan che su l'Alpe torne Mario
e varde al dopio mar Duilio
chietà, ienarón, o Cador,
l'anima a domandàte del Vecellio.

Inte al Campidoglio ornà de trofei,
inte al Campidoglio lustro de leie,
al pitùre el al trionfo d'Italia,
tolesta su nuìẑa intrà le naẑion.  

In piaẑa de Piée del Cador
e sul lago de Mesurina
set. 1892.









CADORE (Giosuè Carducci) - III^ P.

A te ritorna, sí come l’aquila
nel reluttante dragon sbramatasi
poggiando su l’ali pacate
l’aereo nido torna e al sole,

a te ritorna, Cadore, il cantico
sacro a la patria. Lento nel pallido
candor de la giovine luna
stendesi il murmure de gli abeti

da te, carezza lunga su ’l magico
sonno de l’acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulvida
chioma; sfavillan di lampi
ceruli rapidi gli occhi: mentre

il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante,
e al cidolo ferve Perarolo,

e tra le nebbie fumanti a’ vertici
tuona la caccia: cade il camoscio
a’ colpi sicuri, e il nemico,
quando la patria chiama, cade.

Io vo’ rapirti, Cadore, l’anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l’ali del canto
aralda mandarla. - Ahi mal ridesta,

ahi non son l’Alpi guancial propizio
a sonni e sogni perfidi, adulteri!
lèvati, finí la gazzarra:
lèvati, il marzïo gallo canta! -

Quando su l’Alpi risalga Mario
e guardi al doppio mare Duilio
placato, verremo, o Cadore,
l’anima a chiederti del Vecellio.

Nel Campidoglio di spoglie fulgido,
nel Campidoglio di leggi splendido,
ei pinga il trionfo d’Italia,
assunta novella tra le genti.

In piazza di Pieve del Cadore
e sul lago di Misurina
sett. 1892.







ARTICOLO DI ERNESTO MAJONI DIRETTORE DELL'ISTITUTO LADINO DELLE DOLOMITI APPARSO SULL'AMICO DEL POPOLO DI BELLUNO DEL 22/9/2016