giovedì 14 aprile 2016

RECORDO DE TOMASO CAMPANELLA (DIALETO DE VENAS)

RICORDO DI TOMMASO CAMPANELLA (DIALETTO DI VENAS)


Brano tratto dalla "Città del Sole" - Versione dialettale di Giancarlo Soravia

Chel che ien dopo l'é an tòco tirà fora da la "Ẑità del Sol" de Tomaso Campanella, tòco che, a mè parer, al fa vede al pì iusto paragon intrà la soẑietà atual del mondo, s-ciava de l'amor propio, e na possibil, anca se utopistica, soẑietà libera da el.

Quello che segue è un brano tratto da "La Città del Sole" di Tommaso Campanella, brano che, a mio parere, rappresenta la più felice comparazione tra la società attuale del mondo, schiava dell'amor proprio, ed una possibile, anche se utopistica, società libera da esso.

".....Lore i dis che duta la propietà la nasse da fei ciasa par conto sò, e fioi e femena par conto sò, e da chesto nasse l'amor propio; e par portà a esse sior o in àuto al fiol o lassàlo erede, ognun al deventa o an sgrafignón publico, se no l'à timor, sendo da taẑón; o cimpa e fufignón e brónẑa scuèrta, se no l'à forẑa. Ma cuan che i perde l'amor propio, resta al [amor] comun solo".

"....Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce l'amor proprio; ché per sublimar a ricchezze o a dignità il figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo potente; o avaro ed insidioso ed ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono l'amor proprio, resta lo [amore] commune solo".


da un mio Blog, ora chiuso:

http://blog-cadorin.blogspot.it/2006/12/omaggio-tommaso-campanella.html


mercoledì 13 aprile 2016

FILASTROCHE, CONTA' (DIALETO DE VENAS)

FILASTROCCHE, CONTE (DIALETTO DI VENAS)



(Post pubblicato originariamente su ladin-cadorin.blogspot.it il 2/8/2007 e trasferito su questo Blog)

(R.P-1943 sta per Tesi di Laurea di Rosetta Palmieri sul dialetto di Venas dell'anno 1943)

I MES (R.P.-1943)

Ienarón dai dente longhe,
Februaruto pedo de dute,
Marẑo l'à conprà la peliẑa a sò mare,
Aprile piande e ride,
Màio viéste cianpe e prai,
Iunio verde la stala e canbia la sterna,
Luio porta a ciasa le biave,
Agosto, no te ciapa 'l sol, calà inte 'l bosco,
Setenbre, la nuóte e 'l dì se bete in senbre,
Otobre, studiéve, dente, a tirà inte, che chela bianca la é presto cà,
Novenbre, ien S. Andrea, al porẑèl l'é su la brea,
Deẑenbre, inte filò 'l corleto girarèi, e stopa e lana filarèi.




I MESI (R.P.-1943)

Gennaione dai denti lunghi,
Febbraietto peggio di tutti,
Marzo ha comprato la sottoveste a sua madre,
Aprile piange e ride,
Maggio veste campi e prati,
Giugno apre la stalla e cambia lo strame,
Luglio porta a casa le biade,
Agosto, non ti prende il sole, calato nel bosco,
Settembre, la notte e il giorno si mettono a pari,
Ottobre, affrettatevi, gente, a ritirare, che quella bianca è presto qui,
Novembre, viene S.Andrea, il maiale è sull'asse,
Dicembre, nel filò* l'arcolaio girerò, e stoppa e lana filerò.

* stanza per filare



FUNERAL

Din Delelòn,
l'é morto chel òn,
via par chi prà;
se l'é vivo lassélo là,
se l'é morto portélo in cà.
Codarós porta la crós,
Panteàne sona le campane,
Talpine fa la busa,
Grì scuèrde su,
e i fa curucucù.
FUNERALE

Din, Don,
è morto quell'uomo,
là in quei prati;
se è vivo lasciatelo là,
se è morto portatelo qua.
Codirosso porta la croce,
ratti suonano le campane,
le talpe fanno la buca,
i grilli coprono,
e fanno curucucù.



I DIEDE (R.P.-1943)


Diedolìn, sposalìn, coda longa, raspa piate, maẑa peduóie.
Chesto l'é du inte la Buóite,
Chesto 'l à tirà fòra,
Chesto 'l à portà a ciasa,
Chesto l'à fato la panada,
Chesto 'l se l'à magnada.
LE DITA (R.P.-1943)


Ditolino, sposalino, coda lunga, raspa piatti, ammazza pidocchi.
Questo è andato nel Boite,
Questo lo ha tirato fuori,
Questo l'ha portato a casa,
Questo ha fatto la panada*,
Questo se l'è mangiata.


* zuppa di pane



AL S'CIO' (R.P.-1943)

Corno, corno, gru,
béte fòra quatro corne,
un a mi, un a ti,
un a la vacia che à da morì,
e un al podestà,
se nò 'l ien fòra co la manèra a te maẑà.
LA LUMACA (R.P.-1943)

Corno, corno, gru,
metti fuori quattro corni,
uno a me, uno a te,
uno alla vacca che deve morire,
e uno al podestà,
se no viene fuori con l'ascia ad ucciderti.



CONTA' (1) (R.P.-1943)

Fasón cordón,
cordón de San Francesco,
la bèla stéla in mèdo,
la faẑe 'n sàuto,
l'in faẑe 'n àutro,
la faẑe la penitenẑa,
la faẑe la reverenẑa,
la sère i vóie,
la bàse chi che la vó.
CONTA (1) (R.P.-1943)

Facciamo cordone,
cordone di San Francesco,
la bella stella in mezzo,
faccia un salto,
ne faccia un altro,
faccia la penitenza,
faccia la riverenza,
chiuda gli occhi,
baci chi vuole.


CONTA' (2)

Olì olè che t'amusè
che t'aprofit a lusinghè
tulilèm, blam, bluf
tulilèm, blam, bluf

Una versione molto simile a questa si trova in dialetto milanese:
http://www.filastrocche.it/contenuti/auli-ule-cha-ta-musee/


martedì 12 aprile 2016

CADOR - GIOSUE CARDUCCI (DIALETO DE VENAS)

COPERTINA DEL LIBRETTO DELL'ODE, PUBBLICATO
IN PROPRIO DA G.CARLO SORAVIA:


L'INTERO LIBRETTO IN FORMATO PDF E' SCARICABILE QUI (209 KB):

https://drive.google.com/file/d/0Bz8lKK56ZZ08RXlpa3FSU0JRcVE/view?usp=sharing



CADORE (GIOSUE CARDUCCI)

PRESENTAZIONE

Giosue (o Giosuè) Carducci (Valdicastello di Pietrasanta, 27 luglio 1835 - Bologna, 16 febbraio 1907) fu il primo italiano ad essere insignito del Premio Nobel per la letteratura. Le sue opere furono tradotte in varie lingue, compresa l'ode "CADORE", scritta nel 1892.
Di tale opera mancava tuttavia una versione in dialetto cadorino, e con questa traduzione desidero colmare la piccola lacuna.  

G.Carlo Soravia

NOTIZIE SULLA PRIMA EDIZIONE DELL'ODE "CADORE"
dal sito dell'Editore ZANICHELLI: http://www.catalogo.zanichelli.it/Pages/Opera?siteLang=IT&id_opera=0000000012456

"""""""""
"Finito di stampare il 19 settembre 1892".
Nello stesso anno uscirono la prima e la seconda edizione. Di proprio pugno il Poeta corresse sulle bozze 'Giosué' in 'Giosue'.
L'ode fu scritta a Misurina nel Cadore nel 1892, e pubblicata il 20 settembre dello stesso anno.
Fu ispirata dalla vista di due monumenti che sorgono a Pieve, nella Piazza del Comune: l'uno a Tiziano Vecellio, l'altro a Pier Fortunato Calvi, l'eroico difensore del Cadore nel 1848.
"Il canto pe'l 20 settembre è "Cadore. Combattimenti del '48 e Pietro Calvi".": GIOSUE CARDUCCI a CESARE ZANICHELLI, 28 agosto 1892. "Seduto innanzi a una finestra spalancata dalla quale mi appare la statua di Tiziano Vecellio, sto scrivendo un'ode al Cadore.": GIOSUE CARDUCCI a RENATO FUCINI, luglio 1892. "Il Libraio Loescher non aveva più ieri sera una sola copia di "Cadore", messo in vendita due giorni prima e spedito a centinaia di copie a tutti i librai d'Italia.": A. GABRIELLI, «L'Opinione» (Roma), 23 settembre 1892.
Lettera del Carducci al Sindaco di Noale: "Firenze, 3 ottobre 1892 - Ill.mo sig. Sindaco, Ringrazio V. S. dei sentimenti ch'Ella mi significa a nome di cotesto popolo, che ebbe il vanto di Pietro Calvi. Dire degli eroi, segnatamente di quelli che diedero l'anima e il sangue al dovere e alle sante idealità, è ufficio e pregio della poesia: compenso unico e supremo al poeta che i popoli si commovano a ora a quei detti; e ricordino, e imparino."
Al Sindaco di Pieve del Cadore: "Bologna, 10 gennaio 1893 - Ill. Signor Sindaco, Sento profondamente tutto che Ella mi dice da parte del suo nobile popolo. Quanto fui contento e superbo come italiano, di conoscere il Cadore! Ciò che io potei scrivere fu inspirato dalla verità ed è forse meno di ciò che penso. Ella e i Suoi popolani sono troppo buoni. Ma certo la loro approvazione è il miglior compenso al poeta. Non mai ebbi tanto alto premio. Grazie di cuore.": GIOSUE CARDUCCI.
"Cesare Zanichelli, con voce sommessa e col fare un po' impacciato di quando dubitava esporsi a un rifiuto, mi disse, di là dal suo banco: - Senta Albertazzi, l'ode al Cadore è un po' difficile per il grosso pubblico: non Le pare? Il professore gradirebbe un articolo illustrativo da dare al 'Carlino'. Lo farebbe Lei? - Pensai un poco e poi risposi: - A un patto: il Professore veda l'articolo prima che lo diate al giornale. - Il Carducci acconsentì: solo tolse il cappello perché conteneva troppe lodi.": ADOLFO ALBERTAZZI, "Il Carducci in professione d'uomo. Ricordi e aneddoti", Lanciano 1921.
""""""""""

Carducci a Calalzo di Cadore con amici nel 1892 (Fotografia G.Riva) Fotografia albumina, G. Riva, Calalzo. In piedi, a destra, il dantista Michele Barbi (1867-1941); a sinistra Giacomo De Carlo di Calalzo con il giovane nipote; seduto, a destra del poeta, il filologo triestino Salomone Morpurgo (1860-1942); seduto a sinistra il fratello di questi, Alessandro, anch’egli letterato ed irredentista al pari di Albino Zenatti (1859-1915) in basso sempre a sinistra di Carducci.
Dal sito: http://www.internetculturale.it/opencms/opencms/it/pagine/mostre/pagina_1276.html
"Luoghi e paesaggi carducciani" 

NOTE
L'ode "CADORE" è dedicata a Tiziano Vecellio e a Pietro Fortunato Calvi. E' divisa in tre parti. Il testo dialettale appare con l'originale a fronte. 
A pag. 4 il Carducci ricorda i fatti d'arme della Chiusa di Venas del maggio 1848. A pag. 6 viene citata la bandiera (gonfalone) del Centenaro di Venas che sventolò allora alla Chiusa, oltre che nella battaglia di Rusecco di Valle del marzo 1508. Bandiera tuttora conservata nella chiesa parrocchiale di Venas.

NOTE SULLA VERSIONE DIALETTALE
Nella traduzione dall'originale italiano al dialetto ho cercato di rendere quest'ultimo al meglio, premettendo che l'ode è alquanto ostica. Già l'editore italiano Cesare Zanichelli giudicò l'opera "un po' difficile per il grosso pubblico".
Per rendere più agevole la lettura del dialetto, ho aggiunto segni e accenti che normalmente non si usano. Naturalmente si tratta di un dialetto piuttosto arcaico, che non corrisponde quasi più alla parlata odierna. Ad esempio i plurali dei sostantivi maschili conservano quasi sempre l'antica terminazione in "e", oggi quasi scomparsa, italianizzata in "i" (es. fantasme, ciampe).


CADOR (Giosuè Carducci) - I^ P. 




Te sos an gran. Come al sol che luse in eterno, l'iride dei tò color al consoléa chi òmin,
soride natura a l'idea
dovena sempre inte le tò


forme. Al lampo rosa de chei fantasme
passà sul tristo sècol
betèa dó al sessuro del fer,
su par auto vardèa le naẑion;


e chel che Roma à traversà e l'Italia,
distrutor fiédo, cesar fiamingo,
al desmenteèa chi che l'era, i penèi
cufà dó a tuóili su dal tò pè.


Dì: sote al peso dei marme austrìaci
inte chel gris silenẑio dei Frare,
antico dòrmes-to? o scarada
l'anima gìrela par i monte dei tò vèce,


cà onde che ti, fronte olimpia
al ẑiel de calma vita l'à coronà an sècol,
al ẑiel intrà le bianche nèole
ciaro ẑeleste basa e ride?


Te sos an gran. E anca là da chel puóro
marmol pì forte al me ciama e i ciante
antichi me domanda chel valente
vis de dovin desfidante.


Che élo che te sfide, divin dovin?
la bataia, al destin, la forẑa teribil
de i mila contro un te desfide,
anima eroica, Pietro Calvi.


Deh, fin che la Piave par le verde ruóibe
inte la mai finida tràina de i sècui
la iene dó a sbate l'Adria
co le masiére de le negre selve,


che i pin al vecio San Marco i à dà
co le tor in guera dó intramedo le Echinadi,
e 'l sol che va sote
inténda le ẑime a le palide dolomite


sì che de rosa inte la chieta sera
le Marmarole care al Vecellio
le luse, palaẑe de insògne,
paradis de spirite e de fate,

sempre, deh, sempre al sòne teribil
inte i desiderie da le memorie
o Calvi, al tò nome; e sautando
palide i dovin i varde de l'arme.
CADORE (Giosuè Carducci) - I^ P.




Sei grande. Eterno co ’l sole l’iride

de’ tuoi colori consola gli uomini,

sorride natura a l’idea
giovin perpetüa ne le tue



forme. Al baleno di quei fantasimi

roseo passante su ’l torvo secolo

posava il tumulto del ferro,
ne l’alto guardavano le genti;



e quei che Roma corse e l’Italia,

struggitor freddo, fiammingo cesare,

sé stesso obliava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede.


Di’: sotto il peso de’ marmi austriaci,

in quel de’ Frari grigio silenzio,

antico tu dormi? o diffusa
anima erri tra i paterni monti,




qui dove il cielo te, fronte olimpia

cui d’alma vita ghirlandò un secolo,

il ciel tra le candide nubi
limpido cerulo bacia e ride?




Sei grande. E pure là da quel povero

marmo più forte mi chiama e i cantici

antichi mi chiede quel baldo
viso di giovine disfidante.




Che è che sfidi, divino giovane?

la pugna, il fato, l’irrompente impeto

dei mille contr’ uno disfidi,
anima eroica, Pietro Calvi.




Deh, fin che Piave pe’ verdi baratri

ne la perenne fuga de’ secoli

divalli a percuotere l’Adria
co’ ruderi de le nere selve,




che pini al vecchio San Marco diedero

turriti in guerra giú tra l’Echinadi,

e il sole calante le aguglie
tinga a le pallide dolomiti


sí che di rosa nel cheto vespero

le Marmarole care al Vecellio

rifulgan, palagio di sogni,
eliso di spiriti e di fate,



sempre, deh, sempre suoni terribile
ne i desideri da le memorie,

o Calvi, il tuo nome; e balzando
pallidi i giovini cerchin l’arme.

CADOR (Giosuè Carducci) - II^ P.


Nó te cianto ti, Cador, co la poesia de i pastor che sente
de l'aria e de l'èga al sessuro:
ti co l'eroico mòto che sente al tòn de i fusìi
dó par le valade ẑelebro.

Oh doi de maio, cuan, sautà sul lato de la
strada al confin austriaco,
al capitan Calvi - fis-cèa le bale d'intorno - biondo
dreto, fermo,

auẑa in ponta a la spada, vardando fito al nemigo,
al fuói e l'acordo de Udin,
e an faẑoleto ros, segnal de guera e sterminio,
co la man ẑancia al sventoléa!

A védelo in aẑion, Pelmo e Antelao da le bianche nèole la testa grisa i liberéa inte l'aria, 
come vèce giganti che sgorla l'elmo co la ẑurma
e a la bataia i varda.

Come scude d'eroi che luse inte 'l cianto de i profete
a la marevéa de i sècui,
iluminade da la luse, contro al sol che su par al ẑiel
va, i iaẑai brila.

Sol de le antiche glorie, con cuanto ardor te braẑolée
le alpe e i fiume e i òmin!
ti intrà le ẑópe sote le negre fissine de peẑuó
te vas a ciatà i morte e te sussite.

- Nassude su i òs nostri, ferì, fiói, ferì
sora l'eterno barbaro:
da nevai che avon inténto col sango bucé dó, sas,
bóe, mastruẑélo -.

Tal da monte a monte rimbomba la vos de i morte
che a Ruseco à combatù;
e via de vila in vila con ardor che cresse man man
i vente la sparpaia.

I ciapa su le arme e a festa i dovin de Tiẑian
i ien dó ciantan Italia:
stà chele femene sui piói negre de len infiorade
de geranio e garòfui.

Piée che alegra sta sentada intrà i bèi còi e de la Piave
al sente bas al sessuro,
Auronẑe bela destirada inte al pian longa intrà l'èghe
sote la scura Ajàrnola,

e Lorenẑago solìva intrà i ciampe vérte che da l'auto
la val in medo domina,
e pien de vile scònte intrà i pin e i peẑuó
duto al verdo Comelego,

e autre vile e autre intrà pàscui e selve solivi
i fioi e i pare manda:
i tòl su fusìi, i mena le aste e le rònche: i corne
de i pastor i sòna.

Da i altar ien l'antica bandiera che a Val 
à vedù autra desfata austriaca,
e la tòl i valente: al nuóvo sol e a i nuóve perìcui ẑiga
al vècio leon veneto.

Scolté. An sòn da lontan ien dó, ien da vesìn, va su,
core, cresse, ciapa campo;
An sòn che piande e ciama, che ẑiga, che préa, che infuria
che dura an tòco, teribil.

Che elo? domanda al nemigo che ien a l'incontro,
e anca co i vuóie l'interoga.
- L'é le campane del popol d'Italia: a la morte
vostra o a la nostra le sona -.

Ahi, Pietro Calvi, po' ti al pian cà de sete ane la morte
da le buse de Mantova
portarà via. Te sos dù a ciatàla, come a la femena
de scondon an esilià.

Cual an òta d'Austria le arme, cossita d'Austria la forcia
al varda
calmo e fiedo,
grato al iudiẑio contrario che soldà al lo mande a la sacra
leion de i spirite.

Nò mai pì nobil anima, nò mai te as bucià fora dreto
a l'avenir d'Italia,
Belfiore, scura busa de forcie austriache, lusènte,
Belfiore, altar de martiri.

Oh a chi nassù d'Italia iàve mai dal cuór al tò nome
porte al liéto adultero
sì che al lo pare indrìo a peade da i lari inte 'l pocio
vècio bisbètego ignobil!

e a chi che rinega la patria, inte 'l cuór, inte 'l ẑervel, inte
'l sango
che i bulighée na burta forẑa
de se copà, e da la bócia sporcia che bastiéma
an rospo verdo saute fòra!
CADORE (Giosuè Carducci) - II^ P.


Non te, Cadore, io canto su l’arcade avena che segua
de l’aure e l’acque il murmure:

te con l’eroico verso che segua il tuon de’ fucili          
giú per le valli io celebro.



Oh due di maggio, quando, saltato su ’l limite de la

strada al confine austriaco,

il capitano Calvi - fischiavan le palle d’intorno - biondo, diritto, immobile,

leva in punta a la spada, pur fiso al nemico mirando,

il foglio e ’l patto d’Udine,

e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio,   
con la sinistra sventola!


Pelmo a l’atto e Antelao da’ bianchi nuvoli il capo

grigio ne l’aere sciolgono,

come vecchi giganti che l’elmo chiomato scotendo
a la battaglia guardano.

Come scudi d’eroi che splendon nel canto de’ vati 
a lo stupor de i secoli,

raggianti nel candore, di contro al sol che pe ’l cielo
sale, i ghiacciai scintillano.



Sol de le antiche glorie, con quanto ardore tu abbracci
l’alpi ed i fiumi e gli uomini!

tu fra le zolle sotto le nere boscaglie d’abeti
visiti i morti e susciti.



- Nati su l’ossa nostre, ferite, figliuoli, ferite

sopra l’eterno barbaro:

da’ nevai che di sangue tingemmo crosciate, macigni,
valanghe, stritolatelo - .


Tale da monte a monte rimbomba la voce de’ morti

che a Rusecco pugnarono;

e via di villa in villa con fremito ogn’ora crescente
i venti la diffondono.

Afferran l’armi e a festa i giovani tizïaneschi 
scendon cantando Italia:

stanno le donne a’ neri veroni di legno fioriti
di geranio e garofani.

Pieve che allegra siede tra’ colli arridenti e del Piave 
ode basso lo strepito,

Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l’acque
sotto la fósca Ajàrnola,

e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d’alto
la valle in mezzo domina,

e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti
tutto il verde Comelico,

ed altre ville ed altre fra pascoli e selve ridenti 
i figli e i padri mandano:

fucili impugnan, lance brandiscono e roncole: i corni
de i pastori rintronano.

Di tra gli altari viene l’antica bandiera che a Valle 
vide altra fuga austriaca,

e accoglìe i prodi: al nuovo sol rugge e a’ pericoli novi
il vecchio leon veneto.

Udite. Un suon lontano discende, approssima, sale, 
corre, cresce, propagasi;

un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che
infuria
insistente, terribile.

Che è? chiede il nemico venendo a l’abboccamento, 
e pur con gli occhi interroga.

- Le campane del popol d’Italïa sono: a la morte
vostra o a la nostra suonano - .

Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett’anni la morte 
da le fosse di Mantova

rapirà. Tu venisti cercandola, come a la sposa
celatamente un esule.

Quale già d’Austria l’armi, tal d’Austria la forca or ei
guarda

sereno ed impassibile,

grato a l’ostil giudicio che milite il mandi a la sacra
legïon de gli spiriti.

Non mai piú nobil alma, non mai sprigionando lanciasti 
a l’avvenir d’Italia,

Belfiore, oscura fossa d’austriache forche, fulgente,
Belfiore, ara di màrtiri.

Oh a chi d’Italia nato mai caggia dal core il tuo nome
frutti il talamo adultero

tal che il ributti a calci da i lari aviti nel fango
vecchio querulo ignobile!

e a chi la patria nega, nel cuor, nel cervello, nel sangue
sozza una forza brulichi

di suicidio, e da la bocca laida bestemmiatrice
un rospo verde palpiti!







CADOR (Giosuè Carducci) - III^ P.

A ti al se vòlta, come l'acuila
passuda del malcontento dragon
la se póia su le ale ferme
e la torna a l'auta cóa e al sol,

a ti al se vòlta, Cador, al cianto
sacro a la patria. Chieto inte 'l palido
lusór de la dovena luna
se spande al sessuro de i peẑuó

da ti, careẑa longa su la magica
sòn de l'èga. De riéde bionde
fiorisse a ti i paés,
e da le vérte grénbegne al fén

le séa ciantàn le valente tose
con negre fasse a scuèrde la bela
ẑurma; brila de starluche
ẑeleste svelte i vuóie: intanto

al caretier par le vérte
strade tre ciavài al cén su na ciària
de pin che da lontan fa sentì l'udor,
e al ẑìdol se dà da fèi Pararuó,

e intrà la brumèstega che fuma, su le ẑime
tòna la caẑa: la tóma la ciamorẑa
sote tire segure, e 'l nemigo,
cuan che la patria ciama, al tóma.

Mi voi portate via, Cador, l'anima
de Pietro Calvi; par la penisola
mi voi su le ale del cianto
aralda mandàla. - Ahi mal dessedada,

ahi no l'é le Alpe cussìn adato
a sòn e insògne triste, adultere!
àuẑete, l'é fenida la iostra:
àuẑete, al ial de marẑo al cianta! -

Cuan che su l'Alpe torne Mario
e varde al dopio mar Duilio
chietà, ienarón, o Cador,
l'anima a domandàte del Vecellio.

Inte al Campidoglio ornà de trofei,
inte al Campidoglio lustro de leie,
al pitùre el al trionfo d'Italia,
tolesta su nuìẑa intrà le naẑion.  

In piaẑa de Piée del Cador
e sul lago de Mesurina
set. 1892.









CADORE (Giosuè Carducci) - III^ P.

A te ritorna, sí come l’aquila
nel reluttante dragon sbramatasi
poggiando su l’ali pacate
l’aereo nido torna e al sole,

a te ritorna, Cadore, il cantico
sacro a la patria. Lento nel pallido
candor de la giovine luna
stendesi il murmure de gli abeti

da te, carezza lunga su ’l magico
sonno de l’acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulvida
chioma; sfavillan di lampi
ceruli rapidi gli occhi: mentre

il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante,
e al cidolo ferve Perarolo,

e tra le nebbie fumanti a’ vertici
tuona la caccia: cade il camoscio
a’ colpi sicuri, e il nemico,
quando la patria chiama, cade.

Io vo’ rapirti, Cadore, l’anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l’ali del canto
aralda mandarla. - Ahi mal ridesta,

ahi non son l’Alpi guancial propizio
a sonni e sogni perfidi, adulteri!
lèvati, finí la gazzarra:
lèvati, il marzïo gallo canta! -

Quando su l’Alpi risalga Mario
e guardi al doppio mare Duilio
placato, verremo, o Cadore,
l’anima a chiederti del Vecellio.

Nel Campidoglio di spoglie fulgido,
nel Campidoglio di leggi splendido,
ei pinga il trionfo d’Italia,
assunta novella tra le genti.

In piazza di Pieve del Cadore
e sul lago di Misurina
sett. 1892.







ARTICOLO DI ERNESTO MAJONI DIRETTORE DELL'ISTITUTO LADINO DELLE DOLOMITI APPARSO SULL'AMICO DEL POPOLO DI BELLUNO DEL 22/9/2016


domenica 10 aprile 2016

FIN A L' ULTIMO CIAVAL (DIALETO DE VENAS)

FINO ALL' ULTIMO CAVALLO


Riassunto dell'omonimo racconto di Carpinteri & Faraguna e Furio Bordon tratto dal libro "L'AUSTRIA ERA UN PAESE ORDINATO" - Edizioni Longanesi - 1982 (pag. 105-110)



(Riduzione italiana e traduzione in dialetto di Giancarlo Soravia)

Al contèa Bortol che a Lussin, inante de la Prima Guera, na caroẑa conpagna de chela de Bepi Vìdulich no l'avèa mai veduda nissun, da tanto bela e lustra che la era. L'era stada conprada a Trieste, e i disèa che la era stada del Consol inglese in persona. Bepi l'era un dei Vìdulich de Lussin Piẑol, che avèa campagne, barche e Agenẑie maritime.
Al vecio Bùnicich, che l'era darman par parte de mare de Bepi, al dèa mato par chela sò caroẑa.
An dì, Vìdulich l'à prometù a sò darman che al i avaràe lassà la caroẑa par testamento, e dopo apena passà an àn, cuan che al se ciatèa a Costantinopoli par afare, l'à ciapà la risìpola e in doi dì l'é morto.
Inte al testamento l'avèa in efeti scrito de sò puìn: "Lasso la mè caroẑa a l'amigo -come an fardel- e prin darmàn Nicolò Bùnicich de Lussin Gran.
Cossita Nicolò Bùnicich l'é ienù a avé la caroẑa, ma ẑenẑa ciaval, parché Bepi l'avèa vendù al ciaval inante de partì par Costantinopoli.
La caroẑa l'é restada, inte al cortil de ciasa soa, sote l'inẑerada, par tre ane, e Bùnicich al continuéa a dì a vede, domandan par duta l'isola, de 'n ciaval.
Fin che an dì al ciata su le rive Sior Nadalìn, che avèa l'apalto de le Poste, e al i dis de avé n'ocasion, al ciaval de la Posta. La bestia la é vecia, la va par vinti ane, ma l'é an bon ciaval, ancora stagno, lipizan.
Doi dì dopo Bùnicich e 'l Sior Nadalìn i se ciata inte le stale de la Posta. Conforme a l'uso de la vendita a l'incanto co la candela, i inpiẑa na candela su la tola, e Bùnicich l'à dito: "Sete fiorin" e dopo de avé ciacolà de na roba e de chel'autra par an pèr de ore, la candela s'à destudà. Chesto l'era al Regolamento de Posta par le Vecie Provinẑie.
La Domenega de le Palme duta Lussin Gran l'é duda fora a vede Bùnicich che partìa dal cortil de ciasa col ciaval nuovo e la caroẑa lustra.
Al vecio Andre - al sò òn de fiduẑia - al stasèa a casseta co la scuria e Bùnicich al stasèa sentà da drio vestì da le feste, co le cartoline de Bona Pasca da inpostà. Ve penséo come che le era fate le cassete de la Posta sote l'Austria ? Longhe e strente, dale col stema negro: I.R. Poste.
Dopo de avé inpostà le cartoline in piaẑa a Lussin Gran, i va inavante su la strada par Lussin Piẑol, e arguade visavì del Domo, al ciaval al se ferma. No l'é pì stà verso de smoelo, e dute intorno che ridèa. Savéo parché al ciaval no 'l se moèa ? Parché là arente del Domo de Lussin Piẑol, l'era la casseta de le letre, e el no 'l dèa inavante se no 'l sentìa i colpe del postin che tirèa fora la corispondenẑa.
Alora al vecio Andre l'é desmontà, l'é dù da vesin de la casseta e l'à dato co la man doi colpe sul bandon. E cuan che al ciaval l'à sentù al sessuro, l'é dù inavante duto pacifico. Inte dute i ruó onde che era na casseta de le letre, a Riva, su la strada par Cigàle, al vecio Andre al dovea desmontà e bate sul bandon, parché se nò al ciaval no se moèa.
In chela sera dute i coionèa al vecio Bùnicich, e i lo consilièa de cambià ciaval, ma el al disèa che fei ienì an ciaval da Fiume col vapor sarae costà na rasìa, inveẑe an peston su la casseta de le letre no costèa nia.
E cossita a Lussin dute i dì l'era spetacol. Ma, ride, ride, cuan che l'é s-ciopà la guera, l'Imperator l'à fato recuisì dute i ciavai de Lussin, ma nò chel de Bùnicich, parché massa vecio. E cossita par duta la guera el l'é dù a spasso in caroẑa, e chi autre a pè.
Fenida la guera, l'é stà al rebalton de l'Austria, e l'é arguà i taliane, che à canbià an grun de robe, e anca le cassete de la Posta, de color ros, grande. L'é duda che al ciaval de Bùnicich, na bonora, cuan che l'é passà in piaẑa davante a una de cheste cassete nuóve, l'à tirà inavante. No 'l l'avea cognossuda. E chela del Domo de Lussin Piẑol, idem. E cossita anca a Riva. Al vecio Bùnicich l'era duto contento, parché al pensèa de mandà in pension al vecio Andre, che al i servìa solo par pestà su le cassete de la Posta. Ma, come che l'à ciapà la riva a dì su par Cigàle, propio davante a l'ultima casseta de Lussin, al ciaval l'é tomà do bas, morto sun colpo.
L'era vecio, puora bestia, vintiẑinche ane, che par an òn saràe ẑento, e la riva la era vérta. Ma pì de duto, i à calcolà chela òta, dovèa esse stà al dolor de cuór.
Raccontava Bortolo che a Lussino, prima della Prima Guerra, una carrozza come quella di Giuseppe Vìdulic non l'aveva mai vista nessuno, da tanto bella e lustra che era. Era stata comprata a Trieste, e dicevano che era appartenuta al Console inglese in persona. Giuseppe apparteneva ai Vìdulic di Lussinpiccolo, proprietari di campagne, barche e Agenzie marittime.

Il vecchio Bùnicich, che era cugino per parte di madre di Giuseppe, andava matto per quella sua carrozza.

Un giorno, Vìdulic promise al cugino che gli avrebbe lasciato la carrozza in testamento, e dopo appena trascorso un anno, mentre era a Costantinopoli per affari, prese la risìpola e in due giorni morì.

Nel testamento aveva in effetti scritto di suo pugno: "Lascio la mia carrozza all'amico fraterno e primo cugino Nicolò Bùnicich di Lussingrando".



Così Nicolò Bùnicich entrò in possesso della carrozza, ma senza cavallo, perché Giuseppe aveva venduto il cavallo prima di partire per Costantinopoli.
La carrozza rimase, nel cortile di casa sua, sotto l'incerata, per tre anni, mentre Bùnicich continuava a cercare, domandando per tutta l'isola, di un cavallo.

Finché un giorno incontra sulle rive Sior Nadalìn, che aveva l'appalto delle Poste, e che gli dice di avere un'occasione, il cavallo della Posta. La bestia è vecchia, va per venti anni, ma è un buon cavallo, ancora saldo, lipizzano.
Dopo due giorni Bùnicich e il Sior Nadalìn si incontrano nello stallaggio della Posta. Secondo la formalità della vendita all'incanto con la candela, 'impizzavano' [in dialetto istriano nel testo] una candela sul tavolo, e Bùnicich disse: "Sette fiorini" e dopo aver 'ciacolato di una roba e l'altra' [in dialetto istriano nel testo]  per un paio d'ore, la candela si spense. Questo era il Regolamento di Posta per le Vecchie Province.

La Domenica delle Palme tutta Lussingrando uscì a vedere Bùnicich che partiva dal cortile di casa con il cavallo nuovo e la carrozza lustra.
Il vecchio Andre - il suo uomo di fiducia - stava a cassetta con la 'scùria' [in dialetto istriano nel testo = frusta]  e Bùnicich stava seduto dietro vestito da messa cantata, con le cartoline di Buona Pasqua da imbucare. Vi ricordate com'erano fatte le cassette della Posta sotto l'Austria ? Lunghe e strette, gialle con lo stemma nero: I.R. Poste.
Dopo aver impostato le cartoline in piazza a Lussingrando, continuano sulla strada per Lussinpiccolo, e arrivati di fronte al Duomo, il cavallo si ferma. Non ci fu verso di smuoverlo, e tutti intorno che ridevano. Sapete perché il cavallo non si muoveva ? Perché là, vicino al Duomo di Lussinpiccolo, c'era la cassetta delle lettere, e lui, non proseguiva prima di aver sentito i colpi del postiere che ritirava la corrispondenza.

Allora il vecchio Andre è smonatato, è andato vicino alla cassetta e ha dato con la mano due colpi sul bandone. E quando il cavallo ha sentito il rumore, è andato avanti tutto pacifico. In ogni posto dove c'era una cassetta delle lettere, in Riva, sulla strada per Cigàle, il vecchio Andre doveva smontare e battere sul bandone, perché se no il cavallo non si muoveva.


Quella sera tutti coglionavano il vecchio Bùnicich, e lo consigliavano di cambiare cavallo, ma egli disse che far venire un cavallo da Fiume col vapore sarebbe costato un'eresia, mentre un pestone sulla cassetta delle lettere non costava niente.

E così a Lussino ogni giorno c'era spettacolo. Però, ridi, ridi, quando scoppiò la guerra, l'Imperatore fece requisire tutti i cavalli di Lussino, ma non quello di Bùcinich, perché troppo vecchio. E così lui durante tutta la guerra andò a spasso in carrozza, e gli altri a piedi.

Finita la guerra, ci fu il ribaltòn dell'Austria, e arrivarono gli italiani, che cambiarono molte cose, e anche le cassette della Posta, rosse, grandi. Tanto che il cavallo di Bùcinich, una mattina, mentre passava in piazza davanti a una di queste cassette nuove, ha tirato avanti. Non l'aveva riconosciuta. E quella del Duomo di Lussinpiccolo, idem. E così anche in Riva. Il vecchio Bùnicich era tutto contento, pensando di mettere in pensione il vecchio Andre, che gli serviva solo per pestare sulle cassette della Posta. Ma, imboccata la salita per Cigàle, proprio davanti all'ultima cassetta di Lussino, il cavallo è cascato in terra, morto sul colpo.




Era vecchio, povera bestia, venticinque anni, che per un uomo sarebbero cento, e la salita era faticosa. Ma più di tutto, han calcolato quella volta, doveva esser stato il dolor di cuore.




venerdì 8 aprile 2016

GÜNTER GRASS AL SE À PENSÀ DE LA GELATERIA TOSCANI DE DANZICA (DIALETO DE VENAS)

GÜNTER GRASS HA RICORDATO LA GELATERIA TOSCANI DI DANZICA


(Versione dialettale di Giancarlo Soravia)


Grass, Günter (Danzica, 1927-Lubecca, 2015) Scritor todesco, Premio Nobel par la leteratura inte al 1999. Al ién cà menẑonà parché inte al sò libro "Hundejahre" (1963) - (Ane de cian) al se pensa a 'n ẑerto ponto de la gelateria Toscani de Danzica.
A Danzica inte 'l periodo de la II^ G.M. risultèa vèrte ancuante gelaterie gestide da Toscani de Venas. L'é probabil che Grass al se riferisse a chela de propietà de Agostino Toscani "de Laurenze", nassù a Venas inte 'l 1894 e morto a l'improviso propio a Danzica inte 'l 1934, e gestida fin al 1943 da i sò parente de Venas, intrà i cuai al cugnà Ienio Toscani "Pelucan" (Venas, 1910-1977), che l'avèa tra l'autro sposà na todesca de Danzica. La gelateria l'é finida po' destruta sote i bombardamente anglo-americane.
Copio dó de seguito al brano de pag. 258 onde che se parla de la gelateria Toscani, tirà fora da l'ediẑion taliana de Feltrinelli. Al raconto l'é ambientà a Danzica, an 1940 ẑirca, cuan che l'autor l'avèa 13 ane.

".....An tin a l'òta bisognèa che me deẑidesse. In efeti avèo pì aciàro girà intorno a Tulla; ma Tulla, apena che ereóne sole inte la baraca, la voleva an fiol da mi. Alora me son tacà a Jenny, che dutalpì la volèa an gelato da diese opura na copa da trentaẑinche da Toscani, na gelateria an grun renomada. Al piaẑer pì gran che podèo fèighi l'era de portàla inte la cianeva de la iaẑa; ghi n'era una drio del parco de Kleinhammer, da vesin del Lagusel par aẑion, l'era de propietà de la Bireria par aẑion ma la stasèa dal de fora del muro de matoi che al contornèa, pien de tochi de viero, dute le costruẑion de la bireria......"
Grass, Günter (Danzica, 1927-Lubecca, 2015) Scrittore tedesco, Premio Nobel per la letteratura nel 1999. Viene qui citato perché nel suo libro "Hundejahre" (1963) - (Anni di cani) ricorda ad un certo punto la gelateria Toscani di Danzica.



A Danzica nel periodo della II^ G.M. risultavano presenti varie gelaterie gestite da Toscani di Venas. E' probabile che il Grass si riferisca a quella di proprietà di Agostino Toscani "de Laurenze", nato a Venas nel 1894 e morto improvvisamente proprio a Danzica nel 1934, e gestita fino al 1943 dai suoi parenti di Venas, tra cui il cognato Eugenio Toscani "Pelucan" (Venas, 1910-1977), che aveva tra l'altro sposato una tedesca di Danzica. La gelateria finì poi distrutta sotto i bombardamenti anglo-americani.


Riporto di seguito il brano di pag. 258 in cui si parla della gelateria Toscani, tratto dall'edizione italiana di Feltrinelli. Il racconto è ambientato a Danzica, anno 1940 circa, quando l'autore aveva 13 anni.



"…...A poco a poco bisognava che mi decidessi. In fondo preferivo ronzare intorno a Tulla; ma Tulla, appena eravamo soli nella baracca, voleva un figlio da me. Allora mi aggregai a Jenny, che al massimo voleva un gelato da dieci oppure una coppa da trentacinque da Toscani, una gelateria notevolmente rinomata. Il massimo piacere che potevo farle era di portarla alla cantina del ghiaccio; ce n'era una dietro il parco di Kleinhammer, vicino allo Stagno per azioni, era di proprietà della Birreria per azioni ma stava al di fuori del muro di cotto che circondava, irto di cocci di vetro, tutti gli edifici della birreria........"

Riporto anche una parte dell'originale tedesco, per quanto ho potuto ricavare da Google Books:

"……(........) im Holzschuppen allein, ein Kind von mir. Da schloß ich mich Jenny an, die allenfalls nach Eis zu zehn Pfennigen verlangte oder nach einem Becher zu fünfunddreißig bei Toscani, einer Eiskonditorei von beträchtlichem Ruf. Die größte Freude konnte ich ihr bereiten, wenn ich sie zum Eiskeller begleitete; der lag hinter dem Kleinhammerpark neben dem Aktienteich, gehörte zur Aktienbrauerei, stand aber außerhalb der Backsteinmauer, die alle Brauereigebäude glasscherbengespickt umlief……."

Articolo apparso sul Glossario Italiano-Ladino Cadorino (Venas) alle lettere G-I (Grass, Günter)

http://archivioladin-venas.blogspot.it/2007/09/glossario-italiano-ladino-venas-g-i.html



giovedì 7 aprile 2016

L'ORCO DE LA NUOTE (DIALETO DE VENAS)


L'ORCO DELLA NOTTE

Tratto da una tesi di laurea del 1943 di Rosetta Palmieri [1]

(Versione italiana di Giancarlo Soravia)


Cuan che le nostre bisnone le se ingrumèa inte i filò par filà la lana e la stopa, le contèa che carche òta via par la nuóte capitèa l'orco che sautèa su par i cuerte e al se godèa de bucià duto par aria, al tirèa de mal le roche e i fusèi, l'ingropèa dute i file dei ièn, parché l'indoman chele babe le fasesse confusion.
Quando le nostre bisnonne si radunavano nei "filò" per filare la lana e la stoppa, raccontavano che qualche volta durante la notte capitava l'orco che saltava sui tetti e si godeva a buttare tutto per aria, gettava via le rocche e i fusi, aggrovigliava tutti i fili dei gomitoli, perché l'indomani quelle donne (spregiativo) facessero confusione.



martedì 5 aprile 2016

AL CAVALIER DALL'ASTA (DIALETO DE VENAS)

IL CAVALIERE  DALL'ASTA


  
Tratto da una tesi di laurea del 1943 di Rosetta Palmieri[1]  

(Traduzione -letterale- italiana di Giancarlo Soravia)


Conta la leienda che n'ota a Venas fusse stà an posto ònde che se ingrumèa le strie e i strioi a se fèi i sò conẑiliabui e i fasèa anca dàn a la dente. L'é ienù in reia sta roba a 'n brao cavalier dei Dall'Asta, e chesto l'à pensà de destrude sti strioi e salvà cossita anca al so paés da tanta scarogna.
Inforcià che l'à avù an bel ciaval duto fuó, l'é dù davante a la ciasa, onde che proprio in che dì i strioi era ingrumade e al se à tirà su la porta co la so spada inte man proprio par inpirài un par un, cuan che i ienìa fora.
Ma i strioi i s'avèa inacorto che l'era là e i s'à armà dute anca lori a ciapàlo, ma chel brao guerier ẑenẑa paura de nissun, l'à spronà al ciaval, che co 'n sauto l'à bucià inte la porta, al i é dù sora, al i à balegade, intan che al sò paron menèa la spada da dute i vers, finché al i a avude destrute dute e cossita Venas l'é stà liberà da le striarie.
Ancora anca adès su la lasta de chel porton se vede al stampo del fer da ciaval, che dal sauto che l'avèa fato, al la avèa calcada.
Racconta la leggenda che una volta a Venas (ci) fosse stato un posto dove si radunavano le streghe e gli stregoni a farsi i loro conciliaboli e facevano anche danno alla gente. Venne in orecchio questa cosa ad un bravo cavaliere dei Dall'Asta, e costui pensò di distruggere questi stregoni e salvare così anche il suo paese da tanta sfortuna.
Inforcato che ebbe un bel cavallo tutto fuoco, andò davanti alla casa, dove proprio in quel giorno gli stregoni erano raccolti e si mise sulla porta con la sua spada in mano proprio per infilzarli uno per uno, quando venivano fuori (=uscivano).]
Ma gli stregoni si avevano (=erano) accorti che era lì e si sono armati tutti anch'essi per prenderlo, ma quel bravo guerriero senza paura di nessuno, spronò il cavallo, che con un salto buttò dentro (=sfondò), andò loro sopra (=li travolse), li calpestò, mentre il suo padrone girava (=roteava) la spada per tutte le direzioni, finché li ebbe distrutti tutti e così Venas fu liberato dalle stregonerie.

Ancora adesso sulla pietra di quel portone si vede l'impronta del ferro di cavallo, che dal salto fatto, la aveva incisa.
   

AL BUS DE LA DONAẐA (DIALETO DE VENAS)

L'ANTRO DELLA "DONAZA" [1]  [4]

Tratto da una tesi di laurea del 1943 di Rosetta Palmieri [5]

(Traduzione -letterale- italiana di Giancarlo Soravia)

Sun chel monte che l'é davante de Venas e propio inte chel ruó de la "Costa del Pioàn" scavada inte la croda viva, l'é na caverna longa tante metre che i ciamon "Al Bus de la Donaẑa".
I conta i vece che na ota, dó in Sarenaẑe, taren an grun bon e vèieto, l'era anca na vena de oro.
I pì brae e inteliiente omin de Venas i se à betù al laoro par tiràsselo fora, e con chel fei sior al sò paés, come dute i omin i à avù inte al pensier in dute i tempe.
Ma chesto bel insonio no 'l se à podù avierà, parché con duta la bona volontà che i se à betù, dopo che i à avù studià e laurà dì, stemane, mes, i à cognù se persuade che l'era dute fadìe e sudor buciade via parché cuan che i tornèa sul laoro, i se ciatèa duto desfà.
'Sto mistero l'é durà an toco ẑenẑa che nissun capisse nia e finalmente i à pensà che i fusse carche magìa de medo. I se à betù de guardia e via par la nuote i à vedù ienì fora da na caverna de fronte an gran auẑèl co 'n beco longo longo, ma co i braẑe e le iambe da femena, che passèa su la Buoite, an tin solan [∫olàn], an tin caminàn, la dèa sul laoro e la se portèa via duto chel che la puodèa e la desfèa duto al laoro.
I se à proà a ciapàla, ma cu i era davesìn, la i sparìa; e alora i à pensà de tuói consilio da na fata. La fata l'à i à dito che nissun podèa tirà fora l'oro da chel prà, parché l'era strià, e che parona l'era chela che 'n ota l'era na gran belona e superba tosa de Venas, e che par la sò beleẑa e siorìa, ma nia bona e de carità, la era striada e condanada a vive da Donaẑa inte chel bus.
E cossì la é stada che chel oro l'é ancora inte le crode e che chel bel prà pien de fiore, a forẑa de dì in bóa, se à ridoto cuatro crepe sul filon de la Buoite.
Su quella montagna che è davanti a Venas e proprio in quel luogo della "Costa del Pioàn"[2] scavata nella roccia viva, c'è una caverna lunga molti metri che chiamiamo il "Bus de la Donaẑa".

Raccontano i vecchi che una volta, giù in "Sarenaẑe"[3], terreno molto buono e fertile, c'era anche una vena d'oro.
I più bravi e intelligenti uomini di Venas si sono messi al lavoro per tirarselo fuori, e con quello fare ricco il suo paese, come tutti gli uomini hanno avuto nel pensiero in tutti i tempi.

Ma questo bel sogno non si poté avverare, perché con tutta la buona volontà messa, dopo aver studiato e lavorato giorni, settimane, mesi, hanno dovuto persuadersi che erano tutte fatiche e sudori gettati via perché quando tornavano al lavoro, si trovavano tutto disfatto.

Questo mistero durò un pezzo senza che nessuno capisse niente e finalmente pensarono che ci fosse qualche magia di mezzo. Si misero di guardia e durante la notte videro venir fuori da una caverna un grande uccello con un becco lungo lungo, ma con le braccia e le gambe da donna, che passava sul Boite, un po' volando, un po' camminando, andava sul lavoro e si portava via tutto quello che poteva e disfaceva tutto il lavoro.

Provarono a prenderla, ma quando era loro vicino, spariva loro; allora pensarono di prendere consiglio da una fata. La fata disse loro che nessuno poteva tirar fuori l'oro da quel prato, perché era stregato, e che padrona era quella che una volta era una grande bellona e superba ragazza di Venas, e che per la sua bellezza e ricchezza, ma niente (=affatto) buona e caritatevole, era stregata e condannata a vivere da "Donaza" in quell'antro.

E così è stata che quell'oro è ancora nelle rocce e che quel bel prato pieno di fiori, a forza di andare in frana (=di franare), si è ridotto (a) quattro dirupi in riva al Boite. 


[1], [2], [3] "Bus de la Donaẑa" , "Costa del Pioàn", "Sarenaẑe" : località di Venas
[4] Donaza [do-nà-ẑa] Figura mitica terrifica femminile, propria delle Dolomiti, che si sposta nel cuore della notte per dispensare doni o punizioni.